A prima vista potrebbe sembrare un’evoluzione positiva: finalmente si parla di benessere psicologico in modo aperto, senza più vergogna o stigma. Ma siamo davvero sicuri che queste informazioni aiutino?
Una recente inchiesta del quotidiano britannico The Guardian ha analizzato i 100 video più popolari su TikTok con l’hashtag #mentalhealthtips. I risultati sono allarmanti: più della metà dei contenuti esaminati contenevano informazioni errate, approssimative o addirittura fuorvianti. In molti casi, i video proponevano soluzioni semplicistiche per disturbi complessi, utilizzavano in modo improprio il linguaggio psicologico o offrivano “ricette” universali prive di validazione scientifica.
È il caso, ad esempio, di chi consiglia di mangiare un’arancia sotto la doccia o di assumere integratori come lo zafferano o il glicinato di magnesio per curare l’ansia.
Il ruolo (e la responsabilità) degli influencer
Il fenomeno degli “influencer della salute mentale” sta crescendo a ritmi vertiginosi. Spesso si tratta di persone prive di qualsiasi formazione in psicologia o psichiatria, ma dotate di grande carisma comunicativo e abilità narrativa. Raccontano la propria esperienza – che può essere autentica – ma la confezionano in modo accattivante, trasformandola in consigli generalizzabili per chiunque. Questo però è un problema.
La psicologia, lo ricordo con fermezza, è una scienza. La terapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, si basa su protocolli rigorosi, su studi clinici controllati e su una pratica terapeutica che tiene conto delle differenze individuali. Prendere un’esperienza personale e proporla come cura universale è non solo scorretto, ma potenzialmente pericoloso. Il rischio è che chi soffre davvero si affidi a contenuti superficiali, ritardi la richiesta di aiuto professionale o interiorizzi la falsa idea che “se non funziona con me, allora sono irrecuperabile”.
Perché ci caschiamo?
Il cervello umano è attratto da spiegazioni semplici e soluzioni rapide. La promessa di risolvere un disturbo complesso con un trucco da 30 secondi è irresistibile, soprattutto per chi sta male e cerca disperatamente un sollievo. I social, poi, rafforzano questa tendenza: i contenuti brevi, emozionali e visivamente stimolanti vengono premiati, condivisi, emulati. Ma la salute mentale non può essere compressa in un reel.
Inoltre, molti adolescenti e giovani adulti – i principali fruitori di questi contenuti – stanno attraversando fasi delicate dello sviluppo emotivo e identitario. In assenza di strumenti critici o supporti adeguati, possono finire per fidarsi più di un creator carismatico che di un terapeuta qualificato.
Una comunicazione etica è possibile
Non tutto è da demonizzare. Esistono professionisti della salute mentale che usano i social in modo etico e responsabile, con l’obiettivo di fare educazione, ridurre lo stigma e orientare le persone verso percorsi terapeutici veri. La chiave è distinguere tra chi divulga con competenza e rigore, e chi invece usa i disturbi psicologici come trampolino per aumentare la propria visibilità.
Chi crea contenuti sul benessere mentale dovrebbe sempre porsi una domanda fondamentale: “quello che sto dicendo può avere conseguenze sulla vita di chi mi ascolta?” Per questo, è necessaria una maggiore consapevolezza da parte degli utenti e – auspicabilmente – una regolamentazione più chiara sulle piattaforme.
Cosa possiamo fare, nel concreto?
- Verificare le fonti: diffida di chi propone rimedi miracolosi o generalizzazioni. Controlla sempre se l’autore è uno psicologo o un professionista sanitario riconosciuto.
- Ricordare che ogni percorso è individuale: ciò che ha funzionato per qualcuno non è detto che funzioni per te.
- Non sostituire i social alla terapia: se stai vivendo un disagio significativo, cerca il supporto di uno psicoterapeuta qualificato.
- Educare i più giovani all’uso critico dei contenuti digitali, fornendo strumenti per riconoscere la disinformazione.
I social possono essere uno strumento potente per informare, sensibilizzare e abbattere tabù. Ma quando si parla di salute mentale, servono rigore, competenza ed etica. La libertà di espressione è un valore, ma non deve mai andare a scapito della sicurezza psicologica delle persone.
Come terapeuti, come genitori, come cittadini, abbiamo il dovere di promuovere una cultura della salute mentale seria, informata e responsabile. Anche – e soprattutto – online.


