Non si parla di “sesto senso”, ma di resilienza ed è la capacità di un individuo di adattarsi e recuperare da eventi negativi e situazioni di forte stress.

Essa è oggetto di numerose indagini condotte sia sotto un profilo psicologico e comportamentale, sia attraverso le ricerche di neuroscienziati. Ora una ricerca dell’ università californiana di San Diego, pubblicata su “Biological Psychology”, mette in relazione la resilienza con l’ abilità di una persona di mettersi in ascolto del proprio corpo e di decifrarne i segnali. “Quando ci confrontiamo con lo stress, che sia durante una gara o una conferenza di fronte ad una platea, si attivano tutta una serie di cambiamenti corporei legati all’ attivazione dell’ amigdala” dice Lori Haase, professoressa di psicologia clinica alla San Diego State University, che ha guidato un team di ricercatori.

“Finito il momento di stress, però, in nostro corpo dovrebbe tornare rapidamente ai livelli normali”. Haase ha lavorato sia con i veterani di guerra, sia con atleti agonisti. In un’occasione ha sottoposto un gruppo di controllo composto da membri delle forze speciali e da campioni di sport estremi ad un test per analizzarne la resilienza. Le cavie, mentre erano all’ interno di apparecchiature di brain scanning, indossavano delle maschere sul viso che, comandate a distanza dai ricercatori, limitavano progressivamente la loro respirazione. Ovviamente, allo stringersi delle maschere, le aree del cervello che ricevono messaggi di pericolo dal corpo erano sempre più attive. Ma il flusso di risposta, dal cervello al corpo, era moderato. Quando poi le maschere lasciavano le persone libere di respirare, il livello di allarme scendeva velocemente.

Insomma, non si notava una reazione eccessiva alla minaccia. Haase e i suoi collaboratori pensarono subito all’ esistenza di un rapporto tra l’ ascolto intimo dei segnali del corpo e la capacità del cervello di gestirli con prontezza. Si trattava, però, di persone che avevano una chiara abitudine al pericolo e quindi allenate ad affrontare le emergenze. In una seconda fase della ricerca, il team di San Diego ha ripetuto lo stesso procedimento con un gruppo di 46 adulti in buona salute e dalla vita tranquilla, senza particolari esperienze di situazioni al limite.

Dopo un questionario sull’ autopercezione delle proprie emozioni, basato sulla “scala della resilienza” di Connor-Davidson, i volontari sono stati divisi in tre gruppi: bassa, media ed alta capacità di reagire allo stress. Durante l’ esperimento, veniva chiesto loro di eseguire compiti semplici, come individuare e toccare un bottone, ma sempre in una condizione di respirazione limitata. Gli ultimi due gruppi hanno reagito in modo simile a quello degli atleti professionisti e ai militari in missione. Negli individui a bassa resilienza, invece, gli scanner registravano un’ attività molto alta nella regione della corteccia insulare anche dopo che le maschere si erano allentate e permettevano di respirare liberamente. Come si sa l’ insula è connessa a funzioni molto complesse come l’ emotività, l’ auto-consapevolezza, il controllo motorio e presiede anche l’ omeostasi.

Gli individui a bassa resileinza hanno anche una scarsa reattività nelle regioni cerebrali che monitorano i segnali del corpo. Secondo Martin Paulus dell’ Institute for Brain Research di Tulsa e co-autore dello studio “i risultati della ricerca dimostrano che la resilienza sia legata soprattutto alla percezione del corpo e non al pensiero razionale”. Risultati che si legano alle teorie sulla “mindfulness”, l’ autoconsapevolezza corporea mutuata dallo yoga, la danzateapia e dal buddhismo della psicoterapia.

Ma come si possono tradurre questi risultati scientifici nella pratica? Lori Haas è convinto che l’ uno e l’ altro, mente e corpo, si possano allenare per aumentare la resilienza. Oltre all’ attività di ricercatrice, infatti, sempre a San Diego, organizza corsi di “mindfulness training”, in cui gli allievi si esercitano a “sentire” il proprio corpo.

Fonte: La stampa