La monofobia, ovvero la paura di essere soli, è un termine generico che può descrivere diversi tipi di timori.

Alcune persone temono la possibilità di “separarsi” da una persona in particolare. Altre hanno paura di vivere da sole, di rimanere a casa da sole o di trovarsi in pubblico da sole. Queste paure possono (o meno), condividere una causa comune.

Un Sondaggio Mondiale sulla Salute Mentale ha rilevato che esperienze infantili aversive e traumi nel corso della vita, costituiscono importanti fattori di rischio per lo sviluppo di queste paure che possono essere l’espressione di un vero e proprio Disturbo d’Ansia da Separazione.
Indipendentemente dalla gravità della paura, è possibile ricevere il supporto adeguato.

Qual’è la differenza tra la monofobia e la solitudine?

La monofobia non equivale a sentirsi soli.

Molte persone sperimentano il senso di solitudine quando non hanno sufficiente interazione sociale o mancano di relazioni significative.
Alcuni possono persino sentirsi soli quando sono in compagnia di altre persone. Sentirsi tristi per questi motivi è comprensibile ma l’esperienza della monofobia è diversa.

Si tratta di un’ansia irrazionale e grave, innescata dall’idea di passare del tempo da soli o senza il sostegno di una persona specifica, che influisce negativamente sulla capacità di svolgere le proprie attività quotidiane.

La condizione è conosciuta anche con altri nomi come:

  • Autofobia
  • Isolofobia
  • Eremofobia

Quando preoccuparsi del disagio provato nel restare soli

La maggior parte delle persone è in grado di identificare una o poche persone che fanno parte della propria “rete di supporto” e delle quali sentono la mancanza quando sono assenti. Il più delle volte, questi sentimenti sono lievi e relativamente di breve durata.

L’angoscia prolungata può essere un segno di attaccamento insicuro e, in casi estremi, può essere un indicatore di un disturbo d’ansia. Questa paura è comune nei bambini piccoli. È generalmente considerata una parte normale dello sviluppo e non viene diagnosticata come disturbo d’ansia da separazione se non persiste nel corso dell’infanzia o è insolitamente grave.

I sintomi

L’autofobia può indurre una persona a sentirsi molto ansiosa nella prospettiva di trascorrere periodi specifici da sola o senza un’altra persona.
Un altro sintomo può essere temere di rimanere isolati e che i propri cari li abbandoneranno.
Se questo è l’unico sintomo che la persona sperimenta, è possibile che alla base ci sia un il disturbo d’Ansia da Separazione.
Talvolta le persone che soffrono di monofobia possono sentirsi isolate anche quando si trovano in Gruppo, come se fossero disconnessa da chi le circonda.

Quando vengono lasciate sole, queste persone possono provare

  • un senso di minaccia imminente;
  • un senso di insicurezza
  • paura che un intruso possa minacciarli
  • ansia intensa
  • mancanza di respiro
  • senso di svenimento
  • la sensazione di poter morire
  • un senso di confusione mentale
  • l’impulso a fuggire e trovare qualcuno

La condizione può causare sintomi fisici associate ad Attacchi di Panico, come:

  • vertigini;
  • respirazione rapida/iperventilazione;
  • aumento della frequenza cardiaca;
  • sudorazione;
  • agitazione;
  • senso di debolezza
  • tremore.

Sperimentare l’autofobia può inoltre indurre a comportamenti quali:

  • fare di tutto per evitare di essere soli
  • cercare di trovare compagnia il più presto possibile
  • cercare di trattenere le persone anche quando non è possibile
  • mancanza di indipendenza nei rapporti

I sintomi e I comportamenti che caratterizzano l’autofobia possono innescare tensioni nei rapporti interpersonali.

Possibili cause e condizioni correlate

La prospettiva del tempo trascorso da sola, anche in un ambiente apparentemente sicuro e familiare come la propria casa, può scatenare un’ansia estrema per una persona con autofobia.
L’autofobia è una condizione di salute mentale basata sulla paura. Non si basa su alcuna minaccia o rischio reale. Le persone che soffrono di autofobia possono rendersi conto di come i propri timori siano irrazionali, ma ciò non significa che possano controllare i sintomi.

Ci sono varie “versioni” della paura di essere soli e ognuna può avere diverse cause psicologiche sottostanti. La paura di essere soli in pubblico può essere collegata a condizioni come la Fobia sociale o l’Agorafobia.

Può derivare da sentimenti di solitudine e problemi nella gestione delle emozioni. Può essere collegata a ricordi traumatici non elaborati di situazioni pericolose o a sentimenti di inadeguatezza nel fronteggiare situazioni di emergenza, una preoccupazione comune a persone che temono di essere sole anche quando si trovano nelle proprie case.

Condizioni associate

L’autofobia può svilupparsi a seguito di altri disturbi d’ansia. Ad esempio, una persona che soffre di Attacchi di Panico, può sviluppare la paura di averne uno mentre è da solo, senza avere quindi la possibilità di chiedere aiuto in caso di necessità.

Questo potrebbe portare alla paura di uscire da soli di casa come anche alla paura di restare soli nella propria abitazione.
L’Autofobia può essere collegata all’Agorafobia ed è talvolta considerata un sintomo di questa condizione.

L’Agorafobia è la paura di non riuscire a fuggire da un luogo o una situazione. Ad esempio, una persona può sperimentare estrema difficoltà, quando viaggia con i mezzi pubblici o cammina attraverso un’area affollata, talvolta anche alla sola idea di uscire di casa da soli. L’Agorafobia può ridurre la fiducia nella propria capacità di assolvere ai propri compiti e impegni da soli. Nei casi estremi, questi timori possono trasformarsi nella paura di passare il tempo da soli.
L’autofobia può anche essere associata a un Disturbo Borderline di Personalità. Tuttavia, al momento non sono disponibili ricerche per dimostrare un collegamento.

La paura ai tempi del Covid-19

È possibile che la paura di uscire di casa derivi da motivazioni legittime come, per esempio, vivere in un quartiere con un alto tasso di criminalità o in situazioni come quella che stiamo tutti vivendo attualmente per via delle misure di contenimento alla diffusione del Coronavirus. In linea generale, queste paure non dovrebbero limitare eccessivamente la propria vita o il proprio equilibrio mentale, ma è determinante prendere precauzioni di sicurezza lecite e razionali. La realtà è che le conseguenze piscofisiche e sociali della pandemia sono oggettivamente critiche.

L’epidemia COVID-19 ha ovviamente serie implicazioni per quanto riguarda la salute fisica.
È anche importante ricordare che, questo particolare periodo, costituisce una “messa alla prova” per ognuno di noi, e può avere conseguenze reali anche per la salute mentale delle persone.
Ci sono così tante persone colpite dalle misure adottate per contenere la nuova pandemia di Coronavirus, in molti modi diversi.

Basti pensare ai lavoratori autonomi, alle piccole imprese e a coloro che hanno perso il lavoro. Il pensiero di come potranno fare fronte alle ricadute finanziarie, ha profonde conseguenze sulla propria salute psicofisica.
Allo stesso modo il personale sanitario che si trova in prima linea nella gestione dell’emergenza sanitaria.
Molti sono preoccupati per la propria salute e per il benessere di famiglia e amici.

Alcune persone vivono da sole per via dei blocchi o dell’autoisolamento e semplicemente non sono abituate ad essere totalmente “tagliate fuori” dai contatti per periodi così lunghi.
Se da una parte molte persone, già sperimentano problematiche di salute mentale, in momenti così incerti, altri possono, allo stesso modo, sviluppare depressione e ansia più pronunciate.
Talvolta, queste emozioni possono degenerare nella paura, a volte persino nel panico.

Momenti come questo, possono essere emotivamente molto carichi, confusi e travolgenti, ma ciò non significa che alcuni dei timori che proviamo non siano validi o salutari.
Possiamo cercare di cambiare prospettiva e smettere di considerare la paura come qualcosa di negativo. Possiamo invece iniziare vederla per quella che è, ovvero una risorsa naturale, sana e utile.

Entrare in contatto con le emozioni
Permetterci di entrare in contatto con l’ansia, la preoccupazione e la paura, può essere spiacevole ma ci consente di imparare ad accettare e a stare con emozioni spiacevoli, offrendoci l’opportunità di sviluppare resilienza, ovvero la capacità di recuperare e risollevarci.
È quindi importante non cercare di evitare o negare la paura.
È un’esperienza umana e può certamente essere utilizzata in senso positivo, per ricominciare con un approccio migliore o per tornare alla nostra vita con una mentalità e una energia rinnovata.

La paura può aiutarci a ritagliarci del tempo per riflettere e prendere decisioni migliori
Attualmente, affrontiamo quotidianamente situazioni piene di incertezza.
In momenti come questi, in risposta a situazioni incerte o insicure, la nostra mente può generare alcuni tipi di reazione: “FREEZING” o congelamento, in cui ci sentiamo “bloccati” e non sappiamo cosa fare, e risposte più impulsive, simili alle reazioni di “ATTACCO O FUGA”.

Se la confusione, il panico e lo stress che ci circonda durante l’epidemia di COVID-19, possono rendere difficile non reagire impulsivamente, sia internamente che nelle nostre azioni esterne, possiamo trovare modi per esercitare un maggiore controllo.
Quando avvertiamo la paura, possiamo prendere del tempo per metterci in pausa e riflettere, sentire, tornare ai nostri pensieri e non avere fretta di prendere decisioni sconsiderate, avventate e impulsive, qualsiasi siano le preoccupazioni.
Queste pratiche non si applicano solo alla situazione in cui ci troviamo attualmente, ma a tutti i tipi di situazioni.
Che si tratti della nostra vita personale, delle nostre finanze, del nostro stato lavorativo o dello stato del nostro paese e della sua economia, il momento giusto per prendere decisioni non è quando ci sentiamo ansiosi e non riusciamo pensare in modo corretto.
Quando c’è così tanta confusione e cambiamento intorno, siamo spesso in balia delle emozioni negative – le decisioni dovrebbero essere quindi rimandate al momento in cui le emozioni si siano placate, interferendo meno con la mente e la nostra capacità di fare chiarezza.
È necessario in questo momento coltivare insieme risorse essenziali come il coraggio, la compassione, la pazienza e l’adattabilità.

Un aiuto per gestire le emozioni e calmare la mente ai tempi del Covid-19

Il dottor Enrico Rolla presenta il nuovo “Training di rilassamento e potenziamento della mente”, completamente gratuito e a disposizione di coloro che, soprattutto in questo periodo, si trovino a dover gestire emozioni intense e situazioni di stress acuto. Il pensiero va in particolare, al personale medico, paramedico e in generale a tutte le figure sanitarie in prima linea.
Per scaricare il training è sufficiente inserire i propri dati nella pagina che troverete al link: https://www.enricorollaeducation.com/training-di-rilassamento-e-potenziamento-della-mente/
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Perché la paura cresce con il tempo? Il circolo vizioso dell’evitamento

Quando le persone diventano ansiose, iniziano a evitare luoghi e situazioni in cui prevedono che l’ansia possa manifestarsi. L’ evitamento aumenta i loro problemi perché, sebbene si sentano meno ansiose a breve termine, a lungo termine questo comportamento mantiene e aggrava il problema (Matthews et al, 1981).

L’evitamento intensifica l’ansia, mina ulteriormente la fiducia nella proprie capacità di fare le cose e si traduce in uno stile di vita sempre più limitato governato dalle paure. Evitare insegna anche all’ individuo la regola inutile che l’unico modo per affrontare una situazione difficile è evitarla. Inoltre, l’evitamento impedisce all’individuo ansioso di scoprire se le paure si basano su previsioni accurate o sono in qualche modo estreme e inutili.
Una volta stabilito lo schema di cui sopra, potrebbe derivarne un “circolo vizioso di evitamento”. Il circolo vizioso conduce a una spirale discendente di emozioni, poiché ogni volta che viene completato, gli individui si sentono peggio. Il circolo vizioso può essere superato creando un piano passo-passo per testare e sfidare le paure “catastrofiche” che spesso guidano l’evitamento e affrontare situazioni temute. La terminologia tradizionale della Terapia Cognitivo Comportamentale per tale piano è “esposizione progressiva” (Marks, 1987).

Diagnosi

Chiunque manifesti i sintomi dell’autofobia dovrebbe rivolgersi al proprio medico. Una volta escluse eventuali cause fisiche, il medico può indirizzare la persona a uno specialista della salute mentale.
Lo specialista della salute mentale procederà dunque con una valutazione accurata dei sintomi, pensieri e sentimenti della persona in modo da poter diagnosticare eventuali condizioni psicologiche alla base delle problematiche presentate.
Per emettere diagnosi di autofobia, è necessario che la condizione sia tale da limitare in modo significativo il funzionamento quotidiano della persona.

I trattamenti disponibili

I trattamenti per l’autofobia includono:
Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC)

Questo tipo di terapia offre alle persone tecniche pratiche per affrontare i sintomi collegati al problema di ansia manifestato. Secondo il National Institute of Mental Health, circa il 75% delle persone con fobie specifiche può superarle con la TCC. Nel ventaglio delle tecniche TCC è compresa la Terapia dell’Esposizione.

La terapia dell’Esposizione

Secondo numerosi denti di ricerca internazionale, la terapia dell’esposizione aiuta a interrompere il circolo vizioso di evitamento che può verificarsi quando qualcuno ha una fobia specifica. Nell’autofobia, la paura che provano, fa sì che le persone evitino di passare del tempo da sole. Ogni volta che evitano, il timore diventa più forte e l’idea di restare soli più ansia di prima. Esponendo una persona alle situazioni fobiche, ripetutamente e in modo controllato, la terapia dell’esposizione interrompe questo ciclo e aumenta la tolleranza al tempo trascorso senza compagnia.

Farmaci

A volte la persona che soffre di autofobia può aver bisogno di farmaci in associazione alla psicoterapia. I beta-bloccanti, che bloccano gli effetti dell’adrenalina rilasciata quando si prova ansia, possono essere d’aiuto. In alternativa, le benzodiazepine, che hanno un effetto sedativo, possono aiutare a ridurre l’ansia. Fortunatamente i medici cercano solo di prescriverli in casi gravi e sotto attenta supervisione, in ​​quanto possono causare dipendenza.

Conclusioni

Quando sottoposte a trattamento, la maggior parte delle persone può imparare a gestire bene la propria autofobia.
Con il giusto piano terapeutico, nel tempo l’ansia provata nel trascorrere del tempo da soli soli può ridursi significativamente o scomparire del tutto.

Autrice Articolo

Psicoterapeuta Sonya Sabatino

Membro dello staff dell’Istituto Watson da più di 10 anni e svolgo la mia attività da psicoterapeuta sia nella sede di Torino che in quella di Chivasso (

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    Bibliografia

     

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