In base a un questionario distribuito a novecento britannici l’aver visto in tv un personaggio con una malattia mentale ha contributo alla conoscenza della patologia. Vantaggi e svantaggi delle malattie su grande schermo.

Uno dei meriti del grande schermo è di contribuire ad accendere i riflettori su temi delicati e spesso dimenticati. Per di più, sensibilizzare gli spettatori concentrati sulla proiezione e sulla trama può essere più efficace di una raffinata strategia di comunicazione, dal momento che, sfruttando l’identificazione con i personaggi, film e televisione trasmettono conoscenze, influenzano credenze e comportamenti. Questo è vero, in particolare, per gli argomenti medici e di salute, che ci coinvolgono tutti. Le malattie vengono spesso romanzate e rese molto avvincenti, si pensi ai celebri “Qualcuno volò sul nido del cuculo” o “A Beautiful Mind”. L’impatto di tutto ciò sulla popolazione non va mai dimenticato.

RICONOSCERSI NEL PERSONAGGIO AIUTA

Nel Regno Unito, nel 2007 è stata lanciata la campagna “Time to change” (Tempo di cambiare) iniziativa di un’associazione no profit per promuovere il superamento dei pregiudizi contro la malattia mentale. I risultati di un questionario distribuito a quasi novecento britannici, di cui rende conto il British Medical Journal, indicano che oltre la metà di essi è convinto che l’aver visto in televisione un personaggio con una malattia mentale abbia contributo alla conoscenza della patologia. Un intervistato su quattro è stato spinto a rivolgersi ad uno specialista dalla presenza in tv di un personaggio con problemi simili ai propri e un altro 25% ha dichiarato di aver pensato di parlare con la persona amata, un amico o un collega con gli stessi disturbi rappresentati nella fiction televisiva. Le conseguenze non si limitano alle intenzioni. Uno studio inglese ha infatti registrato un aumento della partecipazione al programma di screening del cancro alla cervice nel Lancashire e nell’area della Grande Manchester nelle 19 settimane successive alla morte per questa malattia di una protagonista della celebre Coronation Street.

DISTORSIONI E STEREOTIPI: LA FICTION PUÒ INGANNARE

Quando le descrizioni non accurate diventano predominanti, si corre il rischio di aumentare i pregiudizi e la disinformazione, a danno di tutti e in primo luogo dei pazienti e dei loro parenti. Uno studio pubblicato su Psychiatric Services, una delle riviste dell’associazione degli psichiatri americani APA, ha analizzato il modo in cui i pazienti schizofrenici vengono rappresentati in oltre 40 film prodotti tra il 1990 e il 2010. Ne è emersa una generale «disinformazione sui sintomi, sulle cause e sui trattamenti». Ad esempio, «la maggioranza dei personaggi aveva dei comportamenti violenti verso sé stessi e verso gli altri, e circa un terzo di loro aveva comportamenti suicidi». In realtà, chi soffre di questo tipo di disturbi è spesso vittima di violenza. Ciò contribuisce alla diffusione della falsa credenza che dipinge i pazienti psichiatrici come violenti, imprevedibili, fuori controllo e senza possibilità di miglioramento.

IL COMA NELLA FICTION

Il problema riguarda la trattazione di molte altre patologie. Sempre sul British Medical Journal è apparso uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Pennsilvania, che ha analizzato nove soap opera trasmesse negli Stati Uniti nell’arco di dieci anni (dal 1995 al 2005) per capire in che modo questi programmi, che raggiungono 40 milioni di spettatori in America e vengono trasmessi in 90 paesi del mondo, rappresentano lo stato di coma e i suoi sviluppi. La risposta è: «in modo totalmente e sistematicamente mistificante». In nove casi su dieci il paziente si risveglia dal coma e si riprende perfettamente, non riportando danni permanenti di alcun genere, né fisici né mentali, dati non aderenti alla realtà. La spettacolarizzazione è inevitabile in ogni sceneggiatura. Tuttavia, andrebbe tenuto a mente che, per quanto una puntata ad alta tensione di una fiction medica possa inchiodare alla poltrona più delle vicende di un gruppo di mutuo-aiuto, quando si sacrifica la veridicità si possono avere conseguenze negative e non solo nella cerchia di chi si relaziona ai pazienti.

 

Fonte: La Stampa