Non è facile fare l’ identikit di chi è violento con le donne. Uno studio rivela le caratteristiche psicologiche e comportamentali di chi si macchia di simili omicidi.

Lo chiameremo Andrea, nome di fantasia, per raccontare una storia atrocemente vera e simile a molte altre. Uomini che maltrattano le donne, fino ad ucciderle. In molti casi giustificano le loro azioni dicendo che lo hanno fatto per gelosia, perché la loro donna sembrava avere un altro o faceva in modo di conoscerlo anche solo uscendo con le amiche. Considerano compagne e mogli come una loro proprietà a volte da non dividere neanche con la sua famiglia (genitori). Per trattenerle, abusano di loro prima di tutto moralmente, facendole sentire una nullità.
Il problema è che molte donne perdonano, decidono di rimanere con loro nonostante tutto.
Ogni storia ha uno sviluppo particolare, ma alcune caratteristiche sono più comuni di altre e l’ Istat ha provato a fotografare quello che è l’ identikit del femminicida in un ampio lavoro pubblicato l’ anno scorso dal titolo: “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia”.
Da questo studio si evince come la cultura sia un elemento in comune, ma non basta. In genere emerge un profilo di persone con bassa scolarità, senza lavoro, non necessariamente amantio dell’ alcool, ma con una propensione alla violenza, fisica e verbale, che va oltre l’ ambito familiare.
Che le persone meno acculturate siano più inclini alla violenza si sapeva già. Ma non quanto ci si aspetterebbe. Ogni 100 donne che hanno subito una violenza fisica nel corso della vita, infatti, solo 7-8 hanno avuto un partner che al momento della violenza aveva un titolo di studio o una licenza elementare. Ma nel 4% dei casi aveva una laurea o un livello superiore. Dal punto di vista delle donne, sono proprio quelle più acculturate a decidere di denunciare di aver subito una violenza fisica.  Anche la professione del partner è importante. E’ in crescita il numero di studenti che si macchiano di un simile atto.
La tendenza a bere o non bere è un’ altra discriminante. Se è vero che solo nel 18% dei casi l’ uomo violento beveva fino ad ubriacarsi, è pur vero che quando questo elemento è presente, lo è in modo continuativo: nell’ 89% dei casi il violento lo faceva tutti i giorni.
Come si sa, la violenza domestica non è sempre facile da individuare. Ma è anche vero che la prevenzione è più difficile di quanto possa apparire. Ci sono caratteristiche che l’ uomo violento mostra anche in società e che sono segnali che amici, parenti, colleghi possono tenere sotto osservazione ed eventualmente segnalare prima che accada l’ irreparabile. Per esempio, l’ uomo violento non usa solo le mani. Nel 41% dei casi pugni e calci sono accompagnati da violenza verbale e da comportamenti umilianti, come la svalorizzazione della donna. Un atteggiamento che si estende anche oltre l’ ambito familiare. Uno su quattro insulta e ha una carica di violenza verbale anche con altre persone al di fuori della famiglia.
Anche la violenza fisica tende ad uscire dalle mura domestiche. Nel 37% dei casi le donne intervistate hanno dichiarato che il loro partner era violento anche fuori dalla famiglia. E la percentuale è probabilmente ancora più alta se si considera che una donna su tre dice di non sapere se questo si verifica o no, mentre solo nel 4,3% dei casi le donne hanno risposto con un netto “no”. Questo comportamento violento al di fuori della famiglia, tra l’ altro, ha anche delle conseguenze. Oltre un uomo su due ha avuto problemi con la giustizia con i suoi comportamenti.
Bisognerebbe spiegare alle donne che, quando conoscono un uomo che ha comportamenti pregressi di questo tipo, difficilmente riusciranno a cambiarlo. L’ amore non sempre basta, purtroppo.
Il ministro per le Pari Opportunità Maria Elena Boschi ha parlato di “battaglia educativa e culturale da vincere”. Aggiunge: “Noi sappiamo che la violenza barbara sulle donne non è una questione di donne, ma riguarda tutti noi: donne e uomini. Dobbiamo essere uniti nel dire basta”. Il governo ha istituito una commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano antiviolenza e ha finalmente messo a disposizione 12 milioni per il contrasto alla violenza sulle donne”.
Ma è possibile curare gli uomini violenti?
Oggi esiste “Relive”, la prima associazione nazionale italiana che riunisce nove centri che attuano programmi per uomini autori di violenza di genere. L’ 85% arriva volontariamente, i restanti in seguito a misure penali. Purtroppo c’è un alto tasso di abbandono ed è più facile che interrompano. Manca la motivazione al cambiamento e la consapevolezza della gravità del gesto.
Frequentare un percorso terapeutico individuale e di gruppo è un passo fondamentale per chi decide di fermare e controllare il proprio comportamento violento. Partecipare a un gruppo dà loro:

l’opportunità di parlare del loro passato e della loro situazione attuale

nuove strategie per gestire le emozioni

informazioni sugli effetti del loro comportamento sulla loro partner e i loro figli (questo è un incentivo potente per il cambiamento)

sostegno per cambiare il loro modo di agire nei confronti della loro partner o ex-partner o future partner.

Nel 2009, su mandato della Provincia di Torino è partito il progetto “Sportello d’ascolto per il disagio maschile”. Nei primi 3 anni hanno effettuato circa 200 interventi complessivi tra chiamate telefoniche, colloqui individuali, gruppo disagi relazionali lavorando con circa 90 uomini e 10 donne, oltre diverse altre richieste di intervento tramite sito internet. Alcuni di questi hanno richiamato una o più volte.
Il 25% degli uomini ha partecipato ai colloqui individuali. Una ventina di uomini hanno partecipato al gruppo di criticità relazionale dove, con questa definizione intendiamo violenza, prevaricazione, conflittualità elevata.
Età degli utenti: il 60 % dai 40 ai 60 anni, il 30 % dai 20 ai 40 anni.

Violenza agita: circa il 35% dichiara di avere agito violenza (fisica, psicologica ecc.), ma supponiamo che almeno un altro 30/40% pur avendo agito una qualche forma di violenza non l’abbia dichiarata, consapevolmente o meno. Le violenze dichiarate erano violenze fisiche, psicologiche e stalking.

Violenze subite: 40% degli uomini dichiara di avere subito violenze psicologiche, il più delle volte in racconti di forte conflittualità reciproca, parte di questi sono da considerarsi mascheramenti e scarichi di responsabilità per violenze commesse.  La violenza subita è di carattere psicologico nella maggioranza dei casi e necessita di maggiori approfondimenti tramite i colloqui individuali e l’eventuale proseguimento nei gruppi.
Cosa ci chiedono: 70% richiesta dichiarata di ascolto. 50% richiesta di consigli, 33% richiesta di colloquio, 80 % dichiara problemi con la partner, 40 % su tematiche inerenti la gestione dei figli (separazioni e violenza), 20% richiesta di ingresso ad un percorso (gruppi o individuale), 20% richiesta di servizi sul territorio.
Situazione affettiva: per il 50-60% degli utenti sembra emergere un incapacità-difficoltà ad esprimere sentimenti e stati emotivi. Un 20-30% dichiara di non sentirsi amato-stimato.
Questo a conferma del coinvolgimento delle sfere affettive ed emotive in merito sia al disagio che alla violenza.
Premesso che resta imprescindibile il principio per cui bisogna agire in primis sull’emergenza, quindi le donne ed i bambini, bisogna però considerare che occorre anche agire sulle cause, perché quand’anche una donna denunci e si separi dall’autore, quest’ultimo spesso reitera in successive relazioni modelli di comportamenti violenti. Inoltre anche se una denuncia può avere nella maggioranza dei casi un effetto contenitivo nel breve termine, sembra che nel medio e lungo termine questo funzioni assai poco. Consideriamo poi che le pene detentive sono rarissime e non risolvono certamente il problema, se mai lo aggravano.
Le indicazioni della Comunità Europea indicano che il problema della violenza alle donne va affrontato in modo multidisciplinare, a conferma della sua complessità, con interventi mirati anche sugli autori. In Canada si parla di cura del maltrattante in via preventiva.
Quindi si tratta di prendersi cura del maltrattante, mettendo a disposizione dei percorsi che permettano la consapevolezza dell’autore sulla violenza che commette e quindi un cambiamento dei sistemi relazionali, dei sistemi culturali e valoriali. Ricorrendo sicuramente alla terapia poiché in quei casi risulta necessaria.

FONTE:

La Stampa