Ognuno di noi ha una varietà di tratti di personalità(sfaccettature) di quello che siamo, che si manifestano nel modo in cui siamo, cioè, nel nostro atteggiamento e nelle nostre azioni (verbali e non verbali).

Perché sono così tanto una parte di ciò che siamo, i nostri tratti di personalità sono spesso relativamente invisibili a noi. Anche le parti disfunzionali della nostra personalità, anche quando le riconosciamo e desideriamo comportarci in modo diverso, possono essere esasperante resistenti al cambiamento.

Molti tratti di personalità (noti come “difetti di carattere”, nel gergo comune), sono sani e adattabili fino a un certo punto, fino a che non attraversano una soglia e si sbilanciano, creando problemi per noi e per chi ci circonda. Diventano problematici e controproducenti ogni volta che manifestano in reazioni, modi di pensare, sentire, e / o di comportarsi che sono estremi o sproporzionati alla situazione, e causano sofferenza per sé e / o agli altri. Ad esempio, il senso di colpa è una forma di stress emotivo o disagio che si verifica naturalmente quando crediamo che abbiamo fatto un errore, commesso qualche torto. Il senso di colpa diventa un tratto di personalità quando abitualmente si assume più della nostra giusta quota di responsabilità per problemi o errori. Il senso di colpa può essere facilmente utilizzato come un oggetto contundente con cui randellare se stessi, come alcuni fanno inesorabilmente. Tuttavia, la colpa può essere sana e utile in quanto si tratta di un segnale che abbiamo violato i nostri valori o un codice etico-morale più universale, danneggiato qualcuno, o comunque agito in modo inappropriato, contribuendo a mantenere un nostro equilibrio emotivo.

La competitività può essere un tratto notevole di personalità. Essere competitivi diventa disadattivo e crea sofferenza quando la necessità di essere “meglio di” altri o “the best” diventa una priorità che prevale su tutti gli altri. Può diventare fuori equilibrio al punto in cui praticamente tutto è visto come una competizione che deve essere vinta e quando questo accade interferisce con le relazioni e le altre priorità. Di per sé essere competitivi non è un problema né crea problemi. La competitività può essere una risorsa, basata sul desiderio normale, naturale e sano per fare bene e operare ad un livello alto, sia in attività specifiche o in generale. Essere competitivi aiuta a motivare e alimentare sforzo e dedizione necessarie per raggiungere obiettivi e avere successo in molte importanti aree di vita, come la scuola e il lavoro. Quando però la competitività è con le proprie aspettative interne autoimposte tanto o più che con qualsiasi “avversario” esterno, essa si palesa sotto un altro tratto comune di personalità: il perfezionismo. Il perfezionismo è una risposta al dolore emotivo, soprattutto i sentimenti di vergogna che le persone portano con sé fin dall’infanzia. Per molte persone, è difficile sottrarsi dagli effetti persistenti della vergogna che sono stati interiorizzati e che sono il risultato di ambienti familiari svalutanti, denigranti, rifiutanti, dove non c’e spazio per gli errori e la vulnerabilità. Quando le percezioni errate e dannose degli altri vengono internalizzate, diventano come auto-percezioni, cioè, quello che pensano gli altri di te diventa quello che pensi essere tu, finisci col credere alle bugie che le altre persone hanno detto su di te ed il risultato è la vergogna. E tuttavia, la perfezione è un obiettivo illusorio e l’epitome di una aspettativa non realistica. Il perfezionismo rimbalza inevitabilmente su se stessi, rafforzando la convinzione che chi sei non è abbastanza buono. E ‘come cercare di trattenere l’acqua, lo si può per qualche istante, ma è impossibile da mantenere. Più si cerca di afferrarla, più scivola tra le dita. Il Tao Te Ching dice :”Riempi la ciotola fino all’orlo e cadrà, mantieni affiliato il coltello e sarà smussato”. La controproposta al giudizio e all’autocritica severa verso noi stessi per inadeguatezze percepite è quella di cercare di essere gentili e comprensivi con voi stessi, praticando l’auto-compassione. L’auto compassione implica l’accettazione di pensieri angoscianti, emozioni e sensazioni fisiche in attenta consapevolezza, consentendo e perdonando le nostre imperfezioni. La pratica di auto-compassione ci aiuta anche a connetterci con gli altri attraverso l’esperienza condivisa. Questo può assumere molte forme, tra cui la consapevolezza che la sofferenza, il fallimento, e l’imperfezione sono universali per l’esperienza dell’essere umano. Citando Pema Chödrön “La vera compassione non viene dal voler aiutare chi è meno fortunato di noi, ma di comprendere la nostra affinità condivisa con tutti gli esseri umani.” Dunque apri quanto più possibile il tuo cuore, accetta la realtà inevitabile: insicurezza, senso di colpa, inadeguatezza sono esperienze che tutti sperimentano e fanno parte dell’umanità. Invece di lottare contro di esse, sviluppa la capacità di praticare la compassione per te stesso. Forse ancora più importante, avendo compassione per se stessi possiamo onorare la nostra umanità, accettando noi stessi, anche in quei momenti in cui ci scontriamo inevitabilmente con i nostri limiti e manchiamo dei nostri ideali.

FONTE: https://www.psychologytoday.com Copyright 2015 Dan Mager, MSW Author of Some Assembly Required: A Balanced Approach to Recovery from Addictiona and Chronic Pain