Nella mia esperienza clinica ho incontrato molte persone che arrivano in studio quasi scusandosi. “So che è irrazionale, dottore, ma non riesco nemmeno a guardare un prelievo in televisione.” Alcune non fanno le analisi del sangue da anni, altre rimandano una vaccinazione o un intervento necessario.
Quello di cui parliamo è l’emofobia, la paura intensa e sproporzionata del sangue. È un problema molto più diffuso di quanto si creda e, cosa che voglio dire subito, è tra le fobie che rispondono meglio al trattamento.
Che cos’è l’emofobia
L’emofobia rientra nella categoria delle fobie specifiche, in particolare nel sottotipo che i manuali diagnostici definiscono “sangue-iniezioni-ferite” (in inglese blood-injection-injury, o B-I-I). Chi ne soffre prova un’ansia marcata e incontrollabile di fronte alla vista del sangue, ma anche di aghi, siringhe, ferite, interventi chirurgici o semplici prelievi.
C’è però una caratteristica che rende questa fobia diversa da quasi tutte le altre, ed è la ragione per cui merita un articolo a sé. Nella maggior parte delle fobie (l’aereo, i cani, i luoghi affollati) il corpo reagisce con un’accelerazione: cuore che batte forte, pressione che sale, muscoli pronti alla fuga. Nell’emofobia accade qualcosa di particolare, la cosiddetta risposta bifasica: nella prima fase la pressione e la frequenza cardiaca salgono, come in ogni reazione d’ansia; nella seconda fase, invece, crollano bruscamente. È questo secondo momento, con il calo di pressione e l’afflusso ridotto di sangue al cervello, a provocare la sensazione di svenimento (lipotimia) o lo svenimento vero e proprio.
Capire questo meccanismo è già metà del lavoro terapeutico, perché ci dice che la persona emofobica non deve imparare (solo) a rilassarsi, ma soprattutto a contrastare quel calo di pressione.
Sintomi e cause dell’emofobia
Come si manifesta
I sintomi si muovono su tre piani, come in ogni disturbo d’ansia.
- Sul piano fisico: pallore improvviso, sudorazione fredda, nausea, vertigini, senso di testa leggera, fino allo svenimento. È proprio la tendenza a svenire a distinguere questa fobia dalle altre.
- Sul piano dei pensieri: l’ansia anticipatoria, ossia il timore che si accende già nei giorni precedenti un prelievo, e i pensieri catastrofici (“mi sentirò male”, “sverrò davanti a tutti”, “non lo reggerò”).
- Sul piano dei comportamenti: l’evitamento. Si saltano le analisi, si rimandano le visite, si distolgono gli occhi dallo schermo, si rinuncia a donare il sangue. L’evitamento dà un sollievo immediato, ma è esattamente ciò che, a lungo termine, mantiene e rafforza la paura.
Un elemento che nella mia esperienza è spesso sottovalutato è il disgusto: nell’emofobia, più che in altre fobie, alla paura si affianca una forte reazione di ripugnanza. Riconoscerlo aiuta a non confondere due emozioni diverse che richiedono strategie diverse.
Da dove nasce
Le cause sono quasi sempre un intreccio di più fattori:
- Una predisposizione familiare. Tra le fobie specifiche, quella del sangue è una di quelle con la più marcata ricorrenza in famiglia. Non è raro che un genitore e un figlio la condividano.
- Un’esperienza vissuta. Un prelievo andato male, un ricovero difficile, un incidente visto da vicino: eventi che il cervello registra come minaccia e generalizza.
- L’apprendimento per osservazione. Un bambino che vede un adulto reagire con terrore alla vista del sangue impara, senza volerlo, che quella è una situazione pericolosa.
- Una componente evolutiva. Secondo alcune ipotesi, l’antica reazione di “immobilizzarsi” di fronte a una ferita poteva un tempo ridurre la perdita di sangue: un meccanismo protettivo che oggi, però, si attiva a sproposito.
Quanto è comune la paura del sangue? E quando bisogna preoccuparsi
L’emofobia è tutt’altro che rara: si stima che le fobie di tipo sangue-iniezioni riguardino circa il 3-4% della popolazione, con un esordio che spesso si colloca nell’infanzia o nell’adolescenza. Molte persone convivono per anni con questa paura senza parlarne, magari organizzando la propria vita per non incontrare mai ciò che temono. Devo essere chiaro su un punto, perché è quello che conta davvero.
La fobia in sé non è pericolosa; l’evitamento sì. Il problema non è tanto lo svenimento (spiacevole ma innocuo se avviene in sicurezza), quanto il fatto che la paura porti a rinunciare a cure necessarie: un prelievo di controllo, una vaccinazione, il monitoraggio di una gravidanza, un intervento, una donazione. Quando la paura del sangue inizia a decidere della vostra salute al posto vostro, è il momento di affrontarla. E la buona notizia è che si può fare, spesso in tempi contenuti.
L’emofobia si cura con la Terapia Cognitivo-Comportamentale
La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è, ad oggi, il trattamento di prima scelta per le fobie specifiche, e per l’emofobia in particolare disponiamo di una strategia mirata.
Ecco come lavoriamo, per fasi.
- Psicoeducazione. Il primo passo è capire cosa succede nel proprio corpo. Quando la persona comprende la risposta bifasica, la sensazione di svenimento smette di essere un mistero terrificante e diventa un fenomeno prevedibile e gestibile.
- Ristrutturazione cognitiva. Lavoriamo insieme sui pensieri catastrofici, imparando a distinguere la previsione (“sverrò e sarà una catastrofe”) dalla realtà dei fatti, e a sostituire quelle previsioni con valutazioni più realistiche.
- Tecnica della tensione applicata. È il cuore del trattamento specifico dell’emofobia. A differenza di altre fobie, qui non insegniamo a rilassarsi, ma il contrario: la persona impara a contrarre volontariamente i muscoli di braccia, gambe e tronco per alcuni secondi, così da far risalire la pressione e prevenire lo svenimento. È una tecnica semplice, si apprende in poche sedute e restituisce alla persona un senso di controllo prezioso.
- Esposizione graduale. Insieme costruiamo una scala di situazioni, dalla meno alla più temuta: da un’immagine, a un video, fino al prelievo reale. Si affronta un gradino alla volta, con i propri strumenti già pronti, senza mai forzare. È l’esposizione, non l’evitamento, a insegnare al cervello che quella situazione è sostenibile.
Voglio sottolineare un dato che trovo incoraggiante ogni volta: gli studi che hanno introdotto e validato la tensione applicata riportano miglioramenti clinici in un’altissima percentuale di pazienti, spesso in un numero molto ridotto di incontri. Poche fobie rispondono così bene.
Un caso clinico (esempio a scopo divulgativo)
Il caso che segue è una ricostruzione composita, costruita a fini illustrativi a partire da situazioni tipiche: non si riferisce ad alcuna persona reale. Immaginiamo Laura, 34 anni. Arriva in studio perché è in cerca di una gravidanza e il pensiero dei prelievi e dei controlli la terrorizza al punto da farle rimandare tutto. Da ragazza era svenuta durante un’analisi scolastica e da allora evitava qualsiasi cosa avesse a che fare con aghi e sangue. Anche sua madre, mi racconta, “non ha mai retto la vista del sangue”. Nelle prime sedute abbiamo semplicemente capito insieme cosa accadeva nel suo corpo: quel calo di pressione che chiamiamo risposta bifasica. Vedere Laura passare dal “sono difettosa” al “il mio corpo fa una cosa spiegabile e gestibile” è stato il primo, vero cambiamento.
Poi le ho insegnato la tensione applicata, che ha praticato a casa ogni giorno. Infine abbiamo costruito la sua scala: prima le fotografie, poi i video, poi la visita in un laboratorio senza fare il prelievo, e infine il prelievo vero, con le sue tecniche pronte. Non è stato lineare, ci sono stati passi indietro. Ma nel giro di alcune settimane Laura ha fatto le sue analisi, restando cosciente e, mi ha detto, “quasi incredula”. Racconto questo esempio non per dire che sia sempre semplice, ma perché rappresenta bene una cosa: l’emofobia si affronta, e si affronta con strumenti concreti. Se la paura del sangue, degli aghi o delle procedure mediche sta condizionando le tue scelte di salute, non è un segno di debolezza: è una fobia specifica, ben conosciuta e trattabile.
All’Istituto Watson ci occupiamo delle fobie specifiche a Torino e Online con la Terapia Cognitivo-Comportamentale, Un primo colloquio serve proprio a capire insieme il quadro e a impostare un percorso su misura.
Bibliografia
- Rolla E., Attacchi di panico come uscirne, IW Edizioni, Torino, 2017.
- Marks I. M., Fears, Phobias, and Rituals: Panic, Anxiety, and Their Disorders, Oxford University Press, New York, 1987.
- Bourne E. J., The Anxiety and Phobia Workbook, New Harbinger Publications, Oakland (prima edizione 1990).
Nota informativa: Questo articolo ha scopo esclusivamente informativo e divulgativo. I contenuti non sostituiscono una consulenza psicologica o psicoterapeutica professionale. Se stai vivendo difficoltà personali o relazionali, ti invitiamo a rivolgerti a uno psicologo o psicoterapeuta qualificato. Contattaci per una consulenza con il team dell’Istituto Watson.

