Disturbi dell’Alimentazione2020-03-21T18:09:47+01:00

Disturbi dell’Alimentazione

I disturbi dell’alimentazione comprendono comportamenti estremamente problematici come seguire diete rigide, abbuffarsi in segreto, vomitare dopo i pasti, calcolare le calorie in modo ossessivo. Tuttavia i disturbi alimentari sono molto più complicati delle semplici abitudini dietetiche poco salutari.
Il nucleo centrale di questi disturbi implica atteggiamenti distorti e auto critici sul peso, sul cibo e sull’immagine corporea. Sono questi pensieri e sentimenti negativi che danno vita ai comportamenti dannosi.
Le persone che soffrono di un disturbo alimentare usano il cibo per gestire emozioni fastidiose o dolorose. Restringere l’alimentazione per esempio viene usato per avere l’illusione del controllo. Abbuffarsi o mangiare in eccesso contribuisce ad alleviare temporaneamente la tristezza, la rabbia e la solitudine. Eliminare il cibo (con purganti o con il vomito) è il comportamento utilizzato per combattere la sensazione di disgusto e disperazione. Con il passare del tempo, chi ha un disturbo alimentare perde la capacità di vedersi in modo obiettivo e le ossessioni sul cibo e sul peso cominciano a dominare ogni aspetto della vita.
Il comportamento alimentare è controllato da numerosi fattori che comprendono: l’appetito, la disponibilità di cibo, le abitudini famigliari, culturali e generazionali e i tentativi di controllo volontario.
Seguire una dieta per ottenere un corpo più magro di quanto sarebbe necessario in termini di buona salute è un comportamento molto “pubblicizzato” dalle tendenze della moda, dalle industrie alimentari e in alcune professioni. I disordini alimentari comprendono gravi disturbi nel comportamento alimentare, come riduzioni estreme e dannose dell’apporto calorico giornaliero, grave sovra-alimentazione e inoltre sentimenti di disagio o eccessive preoccupazioni riguardo al proprio peso o il proprio aspetto.
I ricercatori hanno investigato come e perché comportamenti inizialmente volontari, come il mangiare porzioni di cibo più piccole o più grandi del normale, ad un certo punto diventino incontrollabili per alcune persone trasformandosi in veri e propri disordini alimentari.
Studi sulla biologia del controllo dell’appetito e le sue alterazioni dovute a sovra o sotto-alimentazione prolungata hanno rivelato l’enorme complessità del problema, ma con il tempo ci sono buone probabilità di arrivare alla scoperta di nuovi farmaci per il trattamento dei disturbi alimentari.
I disturbi alimentari non sono dovuti a mancanza di volontà; sono vere e proprie malattie curabili nelle quali certe abitudini alimentari errate diventano schemi comportamentali disadattivi fuori dal controllo dell’individuo.
I disturbi alimentari più diffusi sono l’ ANORESSIA NERVOSA, la BULIMIA NERVOSA e  il DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA (binge-eating). I disturbi alimentari si sviluppano frequentemente durante l’adolescenza e la prima età adulta, anche se alcune ricerche indicano la possibilità del loro sviluppo sin dall’infanzia e anche nella maturità.
I disturbi alimentari appaiono frequentemente associati ad altri disturbi psichiatrici come depressione, abuso di sostanze e disturbi d’ansia. Inoltre le persone affette da disturbi alimentari soffrono spesso di notevoli complicazioni a livello fisico come patologie cardiache e insufficienza renale che possono condurre alla morte. Quindi è della massima importanza riconoscere i disturbi alimentari come malattie reali e trattabili.
Le donne tendono a sviluppare disordini alimentari in misura maggiore rispetto agli uomini. Solo una percentuale stimata tra il 5 e il 15% delle persone con anoressia o bulimia e circa il 35% delle persone affette da disturbo da alimentazione incontrollata sono maschi.
I disturbi più comuni sono anoressia, bulimia e  binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata). Cosa li differenzia?
  • Anoressia – Le persone che soffrono di anoressia si riducono alla fame per l’intensa paura di diventare grasse. A  dispetto del loro grave sottopeso e della figura emaciata che spesso presentano, ritengono che non sia mai abbastanza. In aggiunta al restringimento delle calorie, sono solite tentare di controllare ancora il peso con l’esercizio fisico estremopastiglie anoressizzanti e condotte compensatorie (vomito e purganti)
  • Bulimia – La bulimia implica un ciclo autodistruttivo di abbuffate e condotte di compensazione (vomito e purganti). Dopo un episodio in cui la perdità di controllo ha portata ad abbuffarsi, le persone che soffrono di questo disturbo si purgano dalle calorie in eccesso consumate. Per evitare di acquisire peso vomitano, fanno attività fisica in modo esagerato e prendono lassativi.
  • Disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating) – Le persone con un disturbo da alimentazione incontrollata mangiano in maniera compulsiva consumando grandi quantità di calorie in un lasso di tempo molto breve. Malgrado i sentimenti di colpa e vergogna per queste abbuffate segrete, non riescono a controllare il loro comportamento o a smettere di mangiare anche quando sono pieni e hanno la sensazione di scoppiare.
Se soffrite di anoressia o bulimia, forse una vocina dentro di voi vi suggerisce che non sarete mai felici finché non perderete peso, che il vostro valore dipende dal vostro aspetto. La verità è che felicità e autostima derivano dall’ accettarsi e apprezzarsi per come si è veramente e questo è possibile solo con la cura e la guarigione.
La strada per la guarigione da un disturbo alimentare comincia ammettendo di avere un problema. Ammettere può essere molto difficile, soprattutto se nel più profondo del vostro essere, anche se vorreste uscirne, siete convinte che perdere peso sia la chiave per la felicità, il successo, la fiducia in voi stesse. Anche se capite che tutto questo non ha senso, le vecchie abitudini sono dure a morire.
La notizia positiva è che i comportamenti legati ai disturbi alimentari sono appresi e quindi possono essere disimparati e sostituiti con altri più funzionali se siete motivate a cambiare e cercate l’aiuto giusto. Naturalmente superare un disturbo alimentare non è solo rinunciare ad abitudini malsane. Significa anche riscoprire chi siete al di là di come mangiate, di quanto pesate e di come apparite.
Guarire da anoressia e bulimia significa imparare a:
  • ascoltare il vostro corpo
  • ascoltare i vostri sentimenti
  • avere fiducia in voi stesse
  • accettarvi
  • amarvi
  • amare di nuovo la vita
Il trattamento più appropriato per guarire da un disturbo alimentare è quello interdisciplinare, soprattutto nel caso dell’anoressia.
Cercare aiuto può essere difficile e imbarazzante, ma è importante avere il sostegno di amici, familiari, fidanzati o coniugi, colleghi, eccetera. Alcune persone trovano più facile parlare direttamente con un professionista, medico o psicoterapeuta.
Prendetevi il tempo necessario per descrivere il più dettagliatamente possibile come vi sentite, cosa vi accade, di cosa avete paura. Se ne parlate ad amici o familiari, ricordate che per loro potrebbe essere uno shock sentire le vostre confidenze. Non sono preparati e potrebbero farsi prendere dalla paura, dalla rabbia o dalla confusione, proprio come accade a voi.
Cercate di essere pazienti e di concedere a voi e a loro il tempo per capire, imparare a conoscere il disturbo e sapere come aiutarvi nel modo migliore.
Potrebbe esservi utile rispondere a queste domande e usarle come traccia per raccontare ciò che vi accade.
  • Quando avete cominciato ad avere pensieri diversi sul cibo, il peso o l’esercizio fisico? Quali erano questi pensieri ?
  • Quando avete cominciato a comportarvi diversamente ? Quale era questo comportamento e cosa pensavate di ottenere (perdere peso, acquisire controllo su qualcosa, ricevere attenzione)?
  • Avete notato qualche effetto fisico (affaticamento, perdita di capelli, problemi di digestione, perdita del ciclo mestruale, palpitazioni, etc.)? Oppure qualche effetto emotivo?
  • Come vi sentite di solito fisicamente ? Ed emotivamente? Vi sentite pronte ad abbandonare I comportamenti legati al disturbo?
  • Come possono fare le persone a voi vicine a darvi sostegno ? Volete che vi aiutino a monitorare il vostro comportamento ?
  • Volete che vi chiedano come sta andando il processo di guarigione, o preferite raccontare voi quando ne avere voglia ?
Ricordate che anoressia e bulimia possono condurre alla morte, non soltanto se siete gravemente sotto peso. La vostra salute è in serio pericolo, anche se vi abbuffate solo qualche volta, o assumete purghe solo qualche volta. È importante che vi sottoponiate ad un check up medico completo. Se risultassero complicanze fisiche, nel trattamento queste avranno la priorità assoluta. Nei casi più gravi potrebbe essere indispensabile un periodo di ricovero.
Un efficace trattamento per i disturbi alimentari deve occuparsi non solo dei sintomi e delle abitudini alimentari malsane. Occorre andare alla radice del problema, scoprire quali sono gli elementi emotivi scatenanti e quali sono le difficoltà nella gestione dello stress, dell’ansia, della paura, della tristezza e di altre emozioni spiacevoli.
La terapia ha un ruolo cruciale nel trattamento di anoressia e bulimia. Ci sono molti modi in cui lavorare sul problema, ma la terapia ritenuta più efficace per i disturbi alimentari è la Terapia Cognitivo Comportamentale.
La TCC ha come obiettivo la modifica dei comportamenti alimentari malsani e dei pensieri negativi irrealistici che li alimentano. Le strategie utilizzate servono per rendere le persone consapevoli del modo in cui il cibo viene usato per gestire le emozioni. Il o la terapeuta vi aiuteranno a riconoscere cosa scatena emotivamente queste reazioni e a imparare come evitare che ciò si ripeta. La TCC per i disturbi alimentare comprende anche l’educazione alimentare, la gestione del peso naturale, tecniche di rilassamento, training sull’ autostima, le abilità sociali e l’assertività.
Anoressia e bulimia non sono semplicemente una questione di cibo. Si tratta dell’uso del cibo per far fronte a emozioni dolorose come rabbia, senso di inferiorità, paura, vergogna. I disturbi alimentari sono un meccanismo distorto che consiste nel rifiutare il cibo nell’ illusione di avere il controllo, nell’ abbuffarsi per consolarsi e nel purgarsi per punirsi.
Esistono strategie più utili ed efficaci per gestire le emozioni negative e possono essere imparate.
Mito 1: Per avere la diagnosi di disturbo alimentare bisogna essere sotto peso
I disturbi dell’alimentazione affliggono persone di taglie e peso diverso. Molti individui con questi disturbi possono essere normopeso o sovrappeso.
Mito 2: Solo le adolescenti e le giovani donne sono affette da disturbi alimentari
Sebbene i disturbi alimentari siano più comuni nelle giovani donne tra i tredici e i vent’anni, possono essere presenti in uomini e donne di qualsiasi età.
Mito 3: Le persone che soffrono di un disturbo alimentare sono superficiali e vanitose
Non è la vanità a condurre chi soffre di questi disturbi a seguire diete rigide o essere ossessivi sul proprio corpo, ma il tentativo di gestire i sentimenti di vergogna, ansia e impotenza.
Mito 4: I disturbi alimentari non sono realmente pericolosi
Tutti i disturbi alimentari possono condurre a problemi irreversibili e a volte pericolosi per la vita delle persone come malattie cardiache, fragilità ossea, rachitismo, infertilità e danni al fegato.

Anoressia nervosa: TCC efficace anche nei casi più gravi

Una recente ricerca italiana mostra come la Terapia Cognitivo Comportamentale sia efficace anche nei casi di anoressia grave e persistente.

Gli studi sull’anoressia nervosa (AN) hanno dimostrato che la lunga durata del disturbo prima del trattamento è un fattore prognostico sfavorevole. Questo è il motivo per cui le compagnie di assicurazione americane spesso si rifiutano di finanziare il trattamento dei pazienti con anoressia grave e persistente (SE-AN) e nel Regno Unito è spesso offerto a questi pazienti solo un trattamento psichiatrico generale o nessun tipo di cura.

Uno studio italiano recentemente pubblicato sulla rivista Behaviour Research and Therapy ha confrontato gli esiti a breve e a lungo termine dei pazienti SE-AN e con una minore durata del disturbo (NSE-AN) trattati con un programma riabilitativo ospedaliero basato sulla terapia cognitivo comportamentale migliorata (CBT-E).
Sessantasei pazienti adulti di età compresa tra 18 e 65 anni affetti da AN sono stati reclutati tra i pazienti consecutivamente ricoverati. Trentadue pazienti (48,5%) sono stati classificati come SE-AN (cioè con durata del disturbo > 7 anni), e 34 (51,5%) come NSE-AN.

Cinquantasei partecipanti (84,8%) hanno completato il percorso di cura. Durante il trattamento, entrambi i gruppi hanno mostrato un simile e ampio incremento di BMI e un miglioramento significativo della psicopatologia specifica e generale. Dalla dimissione fino ai 6 mesi di follow-up si è verificato un minimo deterioramento che si arresta tra i 6 e i 12 mesi. Inoltre, a 12 mesi di follow-up, entrambi i gruppi hanno mostrato tassi simili di Good BMI Outcome (BMI ≥ 18,5; 44,0% e 40,7%, rispettivamente) e di Full Response (BMI ≥ 18,5 e assenza di psicopatologia; 32,0% e 33,3%, rispettivamente). Per quanto riguarda gli indicatori di gravità, la percentuale di pazienti appartenenti al gruppo NSE-AN di estrema gravità è sceso dal 55,9% al basale al 12% a 12 mesi di follow-up, e simili diminuzioni sono state osservate anche nel gruppo SE-AN (46,9% vs 11,1%).

I risultati dello studio dimostrano che la durata dell’AN nei pazienti che sono stati motivati a cambiare non sembra influenzare i risultati di un trattamento basato sulla terapia cognitivo comportamentale intensiva. Questo suggerisce che non è ancora il momento di rinunciare a proporre trattamenti orientati alla guarigione nei pazienti con SE-AN. I programmi che hanno lo scopo di minimizzare i danni e di migliorare la qualità della vita, de-enfatizzando il recupero del peso, dovrebbero essere considerati solo per i pazienti con AN che non hanno avuto alcun successo nei trattamenti ambulatoriali e ospedalieri ben condotti e/o con quelli che hanno una persistente scarsa motivazione al cambiamento, indipendentemente dalla durata del loro disturbo.

Riferimenti: dott. Riccardo Dalle Grave

Per approfondimenti:
Calugi S, El Ghoch M, Dalle Grave R. Intensive enhanced cognitive behavioural therapy for severe and enduring anorexia nervosa: A longitudinal outcome study. Behav Res Ther 2016;89:41-48.

RABBIA E FAME EMOZIONALE

Alcune persone quando si arrabbiano urlano a squarciagola, altre stanno in silenzio, mentre altre ancora cedono alla fame emozionale.

La rabbia può essere una risposta legittima alla paura, alla frustrazione, o al dolore, ma non è un’emozione facile da gestire e con cui confrontarsi perché, in tante situazioni, è considerato socialmente inaccettabile esprimerla. Ad alcune persone basta poco per sentirsi arrabbiate, come un commento offensivo da parte di un parente o essere in disaccordo con il partner. È sufficiente quindi un commento, una frase detta nel modo e al momento sbagliato per “scatenare” un emozione come la rabbia. Non tutti però reagiamo allo stesso modo.

Alcune persone urlano ad alta voce, mentre altri si infuriano “in silenzio”, non esprimono la loro rabbia per paura o necessità di evitare il conflitto. Se la vostra fame è “emozionale” o se vi descrivete come dipendenti dal cibo, è possibile che lo utilizziate per sopprimere sentimenti quando siete arrabbiati con voi stessi o con qualcun altro o, altrettanto probabilmente, quando la rabbia lascia il posto ad ansia o altre emozioni.

Come già detto, per alcune persone, è sufficiente un commento inappropriato per arrabbiarsi e se le emozioni che provate influenzano il vostro appetito, nell’immediato i pensieri si rivolgeranno al cibo. Per prima cosa, il cibo è una distrazione, e una volta che si inizia a concentrarsi su di esso, non ci si focalizza più su i propri sentimenti. Mangiare vi fa sentire meglio, anche se solo per un momento. La rabbia si percepisce meglio del dolore, o almeno vi fa sentire più potenti, e mangiare fa sentire meglio in generale, anche se solo per un momento.

Ma poi, è probabile che altre emozioni entrino in gioco. Si può provare senso di colpa, vergogna o arrabbiarsi con se stessi perché si mangia troppo. E in risposta a questi sentimenti, si può incrementare ulteriormente la fame emozionale. Questo ciclo è destinato a continuare fino a quando non lo si interrompe ed è fondamentale comprendere come gestire la rabbia e le altre emozioni a testa alta e in modi che non siano auto-distruttivi.

Pensateci. Qualcuno ha detto o fatto qualcosa per farvi sentire arrabbiati. Siete stati feriti, e il modo in cui  state affrontando il dolore è fare del male a voi stessi, ancora di più mangiando eccessivamente e magari del cibo spazzatura. Questo metodo potrebbe non sembrare così male come alcuni degli altri modi attraverso i quali le persone affrontano la rabbia, ma quello che ,in realtà,  si sta facendo è interiorizzare i propri sentimenti, o dirigere la rabbia su voi stessi. Nel corso del tempo, la fame emozionale può provocare anche un aumento del peso ed incidere sulla salute fisica e mentale.

La rabbia è semplicemente un’emozione, e non c’è nulla di cui vergognarsi. Mangiare in risposta alla rabbia è un comportamento normale, e anche in questo caso non c’è nulla di cui vergognarsi. A molti capita, di essere vittime della “fame emozionale”, e questa diviene un problema solo quando interferisce con la salute e la qualità della vita. Ma mentre la rabbia può aiutare a sentirsi meno vulnerabili, anche se non fa andare via il dolore. Allo stesso modo, non lo fa nemmeno il cibo.

Se mangiare in risposta alla rabbia è un problema per voi, dovreste riconoscere, in primo luogo, che un’emozione sta influenzando il vostro appetito,  e non è fame reale. Provate a parlare della vostra rabbia ogni volta che potete e, quando lo farete, vi sarà molto più chiaro cosa vi ha fatto arrabbiare e il motivo. Se non è possibile indirizzare i vostri sentimenti verso la persona che vi ha fatto sentire così arrabbiato, scrivete una lettera o discutete con un amico fidato, un membro della famiglia, o terapeuta. La scrittura è un modo semplice per liberare i propri sentimenti e prenderne consapevolezza piuttosto che sopprimerli (o mangiare), finché non si è in grado di confidarsi con un’altra persona. L’attività fisica quotidiana è un altro modo più sano per sfogare la rabbia; alcuni studi hanno infatti, dimostrato che le persone che fanno regolarmente esercizio anche per sfogare rabbia e altre emozioni negative hanno meno probabilità di  sentirsi depresso. Altri modi per gestire e affrontare sentimenti come la rabbia, possono essere il  rilassamento e tecniche come la Mindfulness, che possono aiutare a guardare alle nostre emozioni in modo differente, a prenderne consapevolezza a comprendere come queste siano legate ai nostri pensieri e ai nostri comportamenti.

FONTE:

psychologytoday.com

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