Sono molte le persone che quotidianamente combattono con le proprie ansie, e che soffrono di disturbi d’ansia. Tra questi, le fobie sono le più comuni, ma anche le più diffuse.

Ma da dove vengono queste paure?

Alcune volte è veramente semplice comprendere perché si ha paura di qualcosa.  Ad esempio, alcune persone sviluppano la fobia di guidare a seguito di un incidente d’auto in cui sono rimaste coinvolte. Altri invece, possono aver vissuto un’esperienza dolorosa dal dentista, quando erano bambini, e per questo motivo possono aver paura e temere questa figura anche da adulti.

Altre volte invece, non è cosi facile identificare la situazione o l’esperienza vissuta che, può aver contribuito allo sviluppo di una fobia. Questo perché, le fobie possono essere il risultato di una combinazione di fattori.

Qui di seguito vengono riportati alcuni degli elementi che, oggi, si ritiene possano contribuire allo sviluppo e apprendimento di una fobia.

  • Predisposizione genetica: Sappiamo che l’ansia tende a “scorrere” all’interno delle famiglie. Tuttavia, i ricercatori non sanno esattamente ciò che viene ereditato. Probabilmente chi è più sensibile o reattivo è un po’ più incline all’ansia e, dunque livelli più bassi dei neurotrasmettitori che regolano la risposta di attacco-fuga, o un sistema nervoso simpatico più eccitabile possono contribuire all’insorgenza di questa patologia. In una recente Review si sono evidenziate, tra alcuni individui, le differenze genetiche che potrebbero influenzare lo sviluppo delle fobie. Ad esempio, è emersa una variazione genetica del 45% nelle differenze individuali nella paura degli animali, e il 41% nelle differenze per le paure di sangue-iniezione-pregiudizio.

 

  • Apprendimento per associazione: Ivan Pavlov e John Watson sono stati i primi a condurre esperimenti relativi all’apprendimento per associazione e a sviluppare il paradigma del condizionamento classico. Successivamente fu, Stanley Rachman a scoprire e ricondurre l’origine delle fobie in una esperienza negativa diretta, per un soggetto, con una situazione o un oggetto.   Infatti, numerosi ricercatori hanno sottolineato che singole esperienze, come l’essere morsi da un cane, potevano rappresentare dei forti predittori per lo sviluppo di paure e fobie.

 

  • Apprendimento per osservazione: si imparano cose da altre persone continuamente, dai genitori, fratelli, insegnanti, amici e persino dai personaggi della tv. Sfortunatamente però, nello stesso modo in cui apprendiamo comportamenti utili e funzionali, impariamo anche ad avere paura. Ciò significa che di fronte ad una particolare situazione o oggetto, noi reagiamo provando paura perché abbiamo imparato da altri a reagire in questo modo.

 

  • Fonti d’informazione: oggi siamo letteralmente “bombardati” di informazioni. Alcune di esse possono essere utili ed importanti, mentre altre semplicemente ridicole e fasulle. Dal momento che i media spesso usano la paura per catturare l’attenzione, molte persone vengono spesso inutilmente spaventate. Questo fa si che molti, nonostante l’assenza di contatto con l’oggetto o la situazione fonte di paura, siano comunque spaventati ed in ansia. Così come, continue raccomandazioni o avvertenze circa la possibile pericolosità di una situazione o di un oggetto possono generare paura. Ad esempio, ad un bambino piccolo può essere sufficiente vedere su YouTube il video di una persona che viene attaccata da un cane, per  svilupparne la fobia.

Oltre a considerare questi elementi, è però necessario porre l’attenzione sulle capacità di reazione di un individuo ad un evento. Infatti, le persone variano nelle loro risposte agli eventi spaventosi e di conseguenza, alcuni possono sviluppare una fobia, mentre altri possono rimanere indifferenti.

Quali che siano le cause delle fobie, la buona notizia è che rispondono incredibilmente bene alla terapia cognitivo comportamentale. Numerosi studi e ricerche ne hanno infatti, messo in evidenza il valore, registrando un miglioramento o completo recupero nel 90% dei soggetti.  Efficacia questa ampiamente dimostrata e confermata anche a livello internazionale dal National Institute of Mental Health ( parte del Nation Insitute of Health, a sua volta componente dell’ U.S. Department of Health and Human Services.)

 

FONTE:

www.huffingtonpost.com

www.psychologytoday.com