Lo squilibrio degli antidepressivi. Si presume che gli antidepressivi funzionino “riparando” uno squilibrio chimico, nello specifico, una carenza di serotonina nel cervello. In effetti, la loro supposta efficacia rimane la prova cardine sulla quale si basa la teoria dello squilibrio chimico. Ma le analisi dei dati pubblicati e quelli non pubblicati e nascosti dalla compagnie farmaceutiche rivelano che gran parte (se non tutti) dei benefici, deriverebbero dall’ effetto placebo.

Alcuni antidepressivi aumentano i livelli di serotonina, altri li diminuiscono e alcuni non hanno effetto alcuno sulla serotonina. Tuttavia, tutti mostrano esattamente gli stessi benefici terapeutici.  La teoria della serotonina, così come molte teorie presenti nella storia della scienza, si è rivelata sbagliata. Invece di curare la depressione, gli antidepressivi potrebbero più probabilmente rendere più vulnerabili le persone agli stati depressivi nel futuro.

Queste, in breve, le conclusioni di Irving Kirsch che dal 1998 si dedica allo studio sull’ efficacia degli antidepressivi il cui consumo, secondo l’ultima analisi sullo stato di salute della popolazione Italiana del Rapporto Osserva salute ( 2009 ), è aumentato del 310% dal 2000 al 2008. Vediamo come risponde ad alcune domane.

Irving Kirsch, direttore associato del programma studi sull’effetto placebo presso la Harvard Medical School, ha pubblicato più di 10 libri, tra cui “I nuovi farmaci dell’imperatore: sfatare il mito degli antidepressivi”.  Ha utilizzato i dati della U.S. Federal Drug Administration per mostrare che non ci sono differenze statistiche tra gli antidepressivi e i placebo.

Domanda: quando ha cominciato la sua ricerca sull’effetto placebo e gli antidepressivi, cosa si aspettava di trovare?

Risposta: mi aspettavo di trovare in buona misura un effetto placebo, ma mi aspettavo di verificare un effetto  farmacologico altrettanto buono.

D: cosa l’ha portata a richiedere l’accesso libero ai dati della Food and Drug Administration relativamente ai trial clinici sugli antidepressivi pubblicati e non?

R: ho svolto una prima analisi delle ricerche pubblicate sui farmaci antidepressivi e ho verificato che una rilevante parte dei risultati poteva essere attribuita all’effetto placebo.  I dati sembravano controversi. Mi sono quindi rivolto alla FDA per verificare se utilizzando un set di dati diverso,  avrei ottenuto i medesimi risultati. La cosa più importante di tutta questa faccenda è stata verificare che la FDA aveva messo a disposizione  sia i dati pubblicati che quelli non pubblicati. Questo ci ha permesso di analizzare l’effetto degli antidepressivi avendo a disposizione informazioni più complete.

D: il dottor  Jeffrey Lieberman, presidente dell’ American Psychiatric Association, in occasione dei 60 minuti di presentazione della sua storia, disse di lei che era “contraddittorio e confuso”,   “ideologicamente condizionato” e che il suo lavoro è “fuorviante e potenzialmente pericoloso per le persone”. Si aspettava una critica del genere alla sua persona e alle sue ricerche?

R: no, non me lo aspettavo, specialmente dopo che i nostri studi sono stati replicati da sei, sette, otto diversi altri studi. E tutti hanno verificato esattamente la stessa cosa.

D: perchè secondo lei tante persone affette da una depressione  lieve o moderata hanno ricevuto un trattamento farmacologico con antidepressivi? E come mai tanti pazienti affermano che i farmaci funzionano?

R: le persone stanno meglio quando assumono farmaci antidepressivi. Il problema è che si sentono meglio anche dopo aver assunto un placebo. E la differenza tra la risposta al placebo e quella agli antidepressivi è davvero piccola.

D:  lei lotta con l’idea che la depressione deriva da una squilibrio chimico cerebrale. Se questa non è la causa.. quale crede sia?

R: sembrano esserci diverse cause alla base della depressione. Una delle motivazioni è una grave perdita, un lutto. I problemi economici sono legati alla depressione. Ma non abbiamo un’idea completa. Una delle cose che sappiamo è che la teoria dello squilibrio chimico – secondo la quale le persone sviluppano una depressione a causa di un livello insufficiente di serotonina nel cervello –  è sbagliata.

D: pensa ci siano casi in cui gli antidepressivi debbano essere prescritti?

R: se gli antidepressivi devono essere utilizzati, è consigliabile farlo nei casi di depressione grave, dopo aver tentato altri metodi che però non hanno funzionato.

D: cosa pensa delle case farmaceutiche e del processo di valutazione e approvazione di nuove terapie farmacologiche?

R: uno dei problemi  è che le case farmaceutiche non rendono pubblici tutti i dati di cui dispongono. Abbiamo verificato che il 40 per cento dei trial clinici condotti dalle case farmaceutiche non sono mai stati pubblicati. E si tratta proprio dei trial che hanno mostrato una minore efficacia dei loro prodotti.

D: se qualcuno assume i farmaci indicati dal medico, dovrebbero interromperne l’assunzione di propria iniziativa?

R: assolutamente no. Questi sono essenzialmente farmaci che creano dipendenza e il 20-50 per cento delle persone che ne interrompono l’assunzione , sperimentano sintomi di astinenza. Le persone depresse hanno bisogno di un trattamento, per cui è utile che chiedano al proprio dottore quali alternative esistano agli a antidepressivi.

D: su cosa sta lavorando ora?

R: sono ancora alla ricerca di ulteriori studi sugli antidepressivi. Ho fatto molta ricerca sull’effetto placebo, non solo nella depressione ma anche nella sindrome del colon irritabile, nel dolore cronico, nella artriti del ginocchio, nell’emicrania e nell’asma. Con i miei colleghi stiamo cercando di comprendere quali siano i meccanismi dell’effetto placebo, ovvero come funziona, e in secondo luogo, come possiamo sfruttarlo senza illudere o ingannare le persone.

D: Ti piace essere criticato ?

R: Si, mi piace. Mi piace l’idea che il lavoro che ho condotto porti la gente a pensare e  fare domande, anche se a volte si arrabbiano con me..