Qui di seguito vi presentiamo una delle prime ricerche a studiare la connettività cerebrale nei pazienti affetti da Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), per predirne il percorso post-terapeutico e testare gli effetti della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) sulla connettività cerebrale.

Cosa è il DOC- Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il DOC è un disturbo d’ansia caratterizzato da pensieri indesiderati e ripetitivi, e da comportamenti rituali che si è costretti a svolgere. Se avete il DOC probabilmente vi riconoscerete nel fatto che i vostri pensieri ossessivi e i rituali comportamentali sono irrazionali, ma nonostante ciò non siete in grado di opporre resistenza e liberartene. Come la puntina di un giradischi inceppata su un vecchio vinile, così il DOC fa sì che il cervello rimanga inceppato su un particolare pensiero o impulso persistente. Ad esempio può succedere di ricontrollare il gas decine di volte per essere certi che sia realmente spento, di lavarsi le mani sfregandole fino a provocare escoriazioni o di fare per diverse ore lo stesso giro con la macchina per assicurarsi di non avere investito nessuno.

Decine di migliaia di persone, con percentuale stimata sull’1-2% della popolazione, ad un certo punto della loro vita potrebbero sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo che, se non trattato, può essere profondamente invalidante per la persona e impedirgli di gestire gli aspetti più basilari della propria vita, quali svolgere il proprio lavoro e intrattenere relazioni sociali equilibrate.

Curare il DOC con la Terapia Cognitivo Comportamentale

La terapia più comunemente utilizzata per il trattamento del DOC, proprio per il suo grado di efficacia, è la terapia cognitivo-comportamentale. Il suo scopo è aiutare il paziente a comprendere come i pensieri, specialmente quelli disfunzionali, siano in grado di influenzare i comportamenti e le emozioni. La terapia prevede che si insegni al paziente a gestire le proprie emozioni, a modificare i propri comportamenti e a sviluppare modalità di risposta efficaci ai pensieri ossessivi.

La maggior parte dei pazienti traggono vantaggio dall’impiego di questo approccio terapeutico, tuttavia in una parte di essi (circa il 20%) i sintomi tendono gradualmente a ricomparire una volta conclusa la terapia. A tal proposito, un nuovo studio condotto dai ricercatori del Semel Institute for Neuroscience and Human Behavior dell’Università della California, suggerisce che una scansione cerebrale può aiutare i clinici ad individuare quali persone hanno una maggior probabilità di ottenere dei vantaggi, a lungo termine, dalla terapia cognitivo-comportamentale e per quale motivo. Nello specifico, l’efficienza dei network cerebrali prima del trattamento può predire la possibilità di ricomparsa dei sintomi dopo il trattamento.

I ricercatori, hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per studiare il cervello di 17 persone,affette da Disturbo Ossessivo Compulsivo, con età compresa tra 21 e 50 anni. La scansione delle loro strutture cerebrali è stata effettuata sia prima che, subito dopo il completamento di un trattamento intensivo di 4 settimane di terapia cognitivo-comportamentale. Successivamente, è stato monitorato per 12 mesi l’andamento della sintomatologia clinica, allo scopo di valutare il mantenimento degli effetti positivi ottenuti dal percorso terapeutico.

La ricerca ha evidenziato che, la terapia cognitivo-comportamentale di per sé determina un aumento della densità di connessioni nei network cerebrali locali, che verosimilmente riflettono un’attività cerebrale più efficiente. In particolare, nelle persone che mostravano una connettività cerebrale alta già prima del trattamento, è stato evidenziato un minor grado di incremento delle connessioni e ciò sembra tradursi in una maggior possibilità di ricomparsa della sintomatologia a lungo termine.

Sorprendentemente, né la severità dei sintomi in origine né il grado di miglioramento dello stato di salute nel corso della terapia sono predittori accurati del successo post-terapeutico. I risultati ottenuti suggeriscono quindi che in alcuni pazienti, trattamenti intensivi di 4 settimane necessitano di essere integrati in percorsi di maggior durata.

La ricerca non contesta l’efficacia della terapia cognitivo comportamentale e delle sue tecniche, che come viene riportato sul sito dell’American Psychological Association riporta un livello dei evidenza “strong”.

Lo studio condotto dal gruppo di ricerca di Frausner e colleghi è stato il primo a studiare la connettività cerebrale con lo scopo di predire il corso post-terapeutico, e il primo a testare gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale sulla connettività cerebrale. L’obiettivo lodevole, attuale e futuro, del gruppo di ricerca dell’Università della California è quello di tradurre le conoscenze e le scoperte sul cervello in informazioni utili, che possano essere utilizzate da terapeuti e pazienti per prendere decisioni cliniche; tradurre le conoscenze scientifiche in strumenti pratici per favorire la scelta del miglior intervento terapeutico per il singolo paziente.

BIBLIOGRAFIA: Feusner, J. D., Moody, T., Man Lai, T. Sheen, C., Khalsa, S., Brown, J., Levitt, J., Alger, J., O’Neill, J. (2015). Brain Connectivity and Prediction of Relapse after Cognitive-Behavioral Therapy in Obsessive Compulsive Disorder. Frontiers in Psychiatry; 6 DOI: 10.3389/fpsyt.2015.00074

 

Per saperne di più:

Disturbo Ossessivo Compulsivo: può una scansione cerebrale predire l’esito del trattamento cognitivo-comportamentale?