“Maledetta primavera”, cantava Loretta Goggi, ma questa volta non c’entrano le pene d’amore: lo sbocciare della natura, almeno nel Nord Italia, pare essere collegato anche all’aumento delle patologie psichiatriche acute.


Il freddo, le giornate con poca luce, la solitudine e i problemi famigliari, a questa latitudine, non incidono sull’aumento delle patologie psichiatriche, tanto meno sui suicidi. Si ririene che l’ inverno sia la stagione che più predispone all’acutizzarsi dei disturbi mentali. Ma non è così. Il picco massimo di chi premedita di togliersi la vita o tenta di attuarlo è appunto in primavera, proprio come l’emergere di disturbi bipolari. Ad analizzare la stagionalità dei ricoveri psichiatrici d’urgenza, e a fare l’affascinante (e inattesa) scoperta, è uno studio nostrano che ribalta i precedenti. Gli unici sinora ad aver studiato su vasta scala la stagionalità sono i ricercatori del Nord Europa, dove l’inverno è molto più rigido che in Italia ed esiste un impatto diverso della luce e quindi della ciclicità dei sintomi psichiatrici.

PATOLOGIE E SINTOMI

Ad aver condotto la ricerca, analizzando le cause dei ricoveri psichiatrici in rapporto alla stagionalità, è stato il professor Giuseppe Maina dell’Università di Torino, primario al San Luigi Gonzaga di Orbassano. «Da sempre sappiamo che le patologie psichiatriche sono collegate al clima – spiega lo psichiatria –, ma finora non sapevamo come la stagionalità influisse sui sintomi dei malati psichiatrici alla nostra latitudine». Ed ecco la scoperta: «Il cambio delle stagioni incide sul numero delle psicosi, sull’ incremento dell’ ansia, così come sui suicidi e sul numero dei trattamenti sanitari obbligatori, ma con risultati che ribaltano l’immaginario comune. I picchi sono fra marzo e giugno mentre a dicembre si ha il minor numero di accessi».

CAUSE INATTESE

Lo studio – realizzato con i dottori Andrea Aguglia, Marta Moncalvo e Francesca Solia e da pochi giorni pubblicato sull’International Journal of Psychiatry in Clinical Practice – si basa su un campione di 730 ricoveri eseguiti fra settembre 2013 e agosto 2015. Oltre alle cause del ricovero, per ogni paziente sono stati valutati età, sesso, livello di studio, occupazione e stato civile, creando così un’inedita fotografia dei malati psichiatrici, per valutare al meglio la stagionalità dei sintomi in base a dove vivono.

La prevalenza dei ricoveri non volontari è risultata del 15,4%: questi pazienti hanno un’istruzione di livello superiore alla media e gli episodi hanno avuto un picco nel mese di giugno, abbinato anche a tempi di ricovero più lunghi rispetto a episodi verificatisi in altri periodi dell’anno. Ad aumentare in estate è invece la schizofrenia, che si attesta una patologia strettamente collegata al caldo. «Questi dati confermano che la stagionalità ha un ruolo importante nella psicopatologia dei disturbi psichiatrici e influenza anche il numero dei ricoveri ospedalieri», afferma il professor Maina. «Questo ci conduce ora a creare un nuovo modello di cura stagionale, per la diagnosi e il trattamento dei disturbi mentali anche in Italia. E ci aiuterà soprattutto nella prevenzione, ovvero ad individuare e intervenire prima che si renda necessario un ricovero d’urgenza».

PROSSIMA RICERCA

Ma questa scoperta apre anche ad altre domande. «Le patologie psichiatriche appaiono strettamente collegate ai ritmi biologici, come il sonno e i cambiamenti ambientali – conclude lo psichiatra – e abbiamo fornito ulteriori prove sulla gravità dei disturbi in relazione alla vulnerabilità biologica, ma non sappiamo ancora il perché». Ora quindi si prosegue con la ricerca, «per analizzare i singoli fattori ambientali e sociali che accompagnano i cicli dell’anno».

 

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Fonte: La Stampa