Epilessia

Ogni persona può sviluppare l’epilessia, non ci sono limiti di età, razza o classe sociale. Le ragioni per cui alcuni sviluppano questo disturbo e altri no sono ancora da chiarire. Le cause possono essere molteplici e non sempre è possibile scoprirle.
Ci sono diversi tipi di attacchi epilettici.
Molto dipende dalla cosiddetta “soglia di convulsività” personale che gioca spesso un ruolo chiave nella possibilità o meno di sviluppare la patologia. La soglia è una parte del nostro patrimonio genetico e può essere bassa o alta. Nel caso in cui sia bassa, senza una ragione evidente, la persona è maggiormente soggetta a crisi improvvise rispetto a chi ha una soglia alta. Danni cerebrali come traumi cranici severi o infezioni possono abbassare la soglia rendendo la persona più esposta.
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Oggi, grazie ai numerosi studi condotti, si conoscono 3 grandi categorie in cui possono essere inserite le cause dell’epilessia:
  • idiopatiche (primarie)
  • sintomatiche (secondarie)
  • criptogeniche
Le cause idiopatiche descrivono origini genetiche dell’epilessia che possono essere state ereditate da uno e entrambi i genitori.
Quelle sintomatiche descrivono le crisi che insorgono a seguito di incidenti o infezioni.
Infine quelle criptogeniche sono quelle non evidenti, che sfuggono alla valutazione e descrizione malgrado i tentativi di rilevazione diagnostica.
Possiamo identificare alcuni eventi scatenanti come:
  • carenza di sonno
  • stress
  • alcool
  • mancata assunzione dei farmaci
  • abbassamento del livello di zucchero nel sangue (ipoglicemia)
  • cambiamenti nella funzionalità cardiaca
  • luci lampeggianti (più raramente)
Tutti gli attacchi di epilessia hanno in comune alcune caratteristiche:
  1. sono improvvisi
  2. di breve durata
  3. causano alterazioni nello stato di consapevolezza (disorientamento spazio-temporale, emotivo e comportamentale).
Più del 70% di persone affette da epilessia assume farmaci antiepilettici per controllare le crisi. I farmaci vengono assunti per prevenire la comparsa degli attacchi, non si assumono durante una crisi per fermarla e non curano la malattia. Ci sono numerosi farmaci antiepilettici e la prescrizione dipende dal tipo di epilessia diagnosticata. Alcune persone presentano una remissione spontanea delle crisi e possono quindi sospendere l’assunzione dei farmaci in accordo con il neurologo, altre invece devono continuare ad assumere le medicine per molto tempo anche se gli attacchi sono sotto controllo.
Nel caso in cui le persone non rispondano al trattamento farmacologico, possono essercene altri come l’intervento chirurgico, ma non è detto che siano adeguati per tutti i pazienti affetti da epilessia.
Vale la pena considerare approcci alternativi, come la terapia neurocomportamentale sviluppata dalla dottoressa Donna J. Andrews e dal dottor Joel Reiter. La terapia si basa sull’identificare gli stimoli che attivano le crisi epilettiche e prevenirle attraverso tecniche di auto-controllo.
Questo approccio ha dato prova di grande efficacia nelle crisi che insorgono per reazioni emotive o situazioni di stress.
Uno tra i maggiori esponenti a livello internazionale in campo di Epilessia è il dottor Peter Fenwick, specialista in neuropsichiatria presso il Maudsley Hospital e il Bethlem Hospital di Londra. Il dottor Fenwick è autore del libro “Living with Epilepsy” e di numerose ricerche in materia.
Ecco quanto afferma nell’intervista concessa all’Istituto Watson  il 23 luglio 2011 presso l’ Institute of Psychiatry di Londra:
“Le tecniche comportamentali sono molto utili nel trattamento dell’epilessia. Le tecniche comportamentali dovrebbero essere prese sempre in considerazione. Credo sia molto difficile poter trattare casi di epilessia senza considerare gli aspetti comportamentali che caratterizzano la vita dei pazienti epilettici.”
E inoltre:
“… quello che i clinici dovrebbero fare non è puntare solo ad aumentare i farmaci …ma la felicità del paziente .
Ai dottori che lavorano con me, ho sempre detto di considerare questi fattori come centrali quando parlano con i pazienti. Essere dottori efficienti implica considerare i farmaci e tutti i fattori medici collegati alle crisi epilettiche. 
Ma è necessario considerare allo stesso modo tutti i fattori legati alla vita del paziente. In alcuni casi è importante insegnare modalità migliori di affrontare i problemi che hanno nella vita, al lavoro, con il partner….”
Nel suo libro il dottor Fenwick descrive le principali strategie di intervento che possono essere insegnate alla persone affette da epilessia:
  • gestione delle reazioni psicofisiologiche (con l’uso del biofeedback training)
  • rilassamento e respirazione addominale
  • meditazione
  • desensibilizzazione in immaginazione
Sulla rivista scientifica Seizure (2000) è stata pubblicata la ricerca “Un trattamento neurocomportamentale dell’epilessia unilaterale parziale complessa: un confronto tra  pazienti con crisi dell’emisfero destro e sinistro”  [A neurobehavioral treatment for unilateral complex partial seizure disorders: A comparison of right- and left-hemisphere patients] in cui viene affermato:
“È stato raggiunto un controllo totale delle crisi epilettiche da parte di 18 dei 23 pazienti del gruppo “emisfero destro” ovvero il 78.2% di questo campione e da 17 dei 21 pazienti del gruppo “emisfero sinistro” ovvero l’80.9% del campione. Il controllo delle crisi è stato raggiunto da 35 di 44 pazienti nei due gruppi ovvero il  79.5% della popolazione totale trattata con il modello terapeutico breve. I pazienti che avevano acquisito il controllo delle crisi, non hanno manifestato ulteriori sintomi per 6 mesi o più.
Entrambi i gruppi hanno mostrato un miglioramento significativo nella frequenza delle crisi epilettiche dopo il trattamento. La riduzione proporzionale delle crisi è stata calcolata per ciascun paziente; la proporzione è stata convertita in percentuale e poi elaborata tramite computer sotto forma di media percentuale per ogni gruppo di pazienti. La media percentuale della riduzione delle crisi epilettiche nei due gruppi è maggiore del 90%. La media per il gruppo “emisfero sinistro” è 95,7% e la media per il gruppo “emisfero destro” è 93,7%.”
Secondo Andrews e Reiter:
“Questo lavoro ha avuto inizio sotto forma di indagine privata sulla possibile applicazione di un approccio comportamentale al trattamento dell’epilessia. La struttura dell’indagine è stata multidisciplinare ed ha coinvolto discipline come: neurologia, psichiatria, psicologia e biofeedback.
La prima indagine è stata condotta nel 1980 su cinque pazienti con una storia di circa 15 anni di crisi epilettiche incontrollate. Da allora sono state trattate approssimativamente 2300 persone e il tasso di successo è superiore all’80%”.
Potenziali effetti collaterali
Non ci sono effetti collaterali conosciuti. Questa terapia non utilizza procedimenti artificiali o invasivi.
Caratteristiche dei pazienti
Ai pazienti è richiesto di padroneggiare le tecniche apprese per gestire gli stimoli scatenanti delle proprie crisi.
Se da una parte è prevista una partecipazione attiva all’inizio della terapia, ci si aspetta che tali tecniche vengano applicate in modo sistematico, automatico ed abituale nella vita quotidiana.
Latenza
Sulla base dello studio pubblicato su Seizure, ~50% del controllo delle crisi epilettiche viene raggiunto in un tempo medio di 2-3- mesi e il controllo completo può essere ottenuto in un periodo tra 6-18 mesi.
Fonti:
Per maggiori informazioni sulle tecniche della Terapia Neurocomportamentale è possibile consultare il libro: “Epilepsy – A New Approach: What medicine can do, what you can do for yourself.”