I compiti a casa diminuiranno. Parola del ministro dell’ Istruzione Giannini. Ma i compiti servono davvero o no? E se sì, in quale misura?


Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha sottolineato che: “Quando il carico supera certi limiti, la preoccupazione dei genitori diventa comprensibile”. Nessuna abolizione, però, ma l’invito agli insegnati ad usare il buon senso al momento dell’assegnazione dei compiti. “Penso che i compiti non si possano cancellare per legge – dice la Giannini – e che la libertà d’insegnamento sia sacra”.
Tra gli obiettivi della riforma sembra esserci la volontà di concentrare l’apprendimento durante l’orario scolastico, nella convinzione che le nuove tecnologie possano facilitare questa rivoluzione culturale.

Da lì in poi è cronaca. Dapprima la lettera-sfogo sui social network di un padre che spiegava perché avesse scelto di non far svolgere i compiti per le vacanze estive: “La scuola ha un anno per insegnare le cose a mia figlia, io ho solo qualche settimana per insegnarle a vivere”, questo il succo del suo discorso. È stata poi la volta della mamma milanese che, sempre sui social, invitava gli insegnati a smetterla di assegnare montagne di compiti pomeridiani ai bambini, definendoli una tortura e rivendicando il suo diritto di “fare il genitore” e quello dei ragazzi di coltivare le proprie passioni. Infine la sponda dei mezzi d’informazione, con l’articolo di Mattia Feltri sulle colonne de La Stampa in cui “accusava” gli insegnanti della figlia di dare compiti complicati da svolgere anche per un adulto. E se persino il ministro si lascia andare, definendo “insicuri” quei maestri e quei professori che danno un carico eccessivo di lavoro a casa, significa che l’argomento è ormai entrato di diritto nell’agenda delle priorità.
Nelle trasmissioni televisive riecheggia quindi la medesima domanda: compiti sì o compiti no?
Proviamo a dare un’ occhiata oltre confine. Sembra gli insegnanti delle scuole del New Jersey abbiano deciso di assegnare meno compiti a casa quest’anno, sostenendo che le attività ludiche e familiari sono più importanti dei compiti da svolgere oltre l’ orario scolastico. Secondo i docenti: “Le cose più importanti che gli studenti cose possono fare quando vanno a casa ogni giorno sono il giocare, consumare la cena con la famiglia, impegnarsi nelle conversazioni, aiutare con responsabilità i familiari nella conduzione della casa, leggere da soli o con un membro della famiglia”.

Nella zona di Philadelphia, un piccolo ma crescente numero di genitori e studenti si sta rifiutando di fare i compiti a casa. Il dibattito nazionale è stato ripreso nel mese di agosto, quando un docente, in Texas, ha deciso di non dare agli studenti alcun compito delle vacanze, attirandosi i plausi e le critiche dell’ opinione pubblica. Commentando la scelta del docente, Katherine Dahlsgaard, uno psicologo presso la Children’s Hospital of Philadelphia’s Anxiety Behaviors Clinic, ha scritto :”Come psicologo infantile, assisto ogni giorno bambini stanchi e stressati dai genitori per fare i compiti, senza la possibilità di vivere le realtà familiari, rilassarsi o staccare. E’ vero anche che, i bambini di oggi, sono sempre più impegnati in mille attività extra-scolastiche per cui i genitori dovrebbero anche valutare l’ idea di non riempire le giornate dei proprio figli con eccessive attività oltre la scuola”. Harris Cooper, psicologa e professoressa di neuroscienze nella Duke University, è fra i sostenitori per l’equilibrio. Invece di eliminare i compiti del tutto afferma che: “Come per tutte le cose, il troppo stroppia. Ad un certo livello, il tempo dedicato ai compiti induce un rendimento decrescente; troppo poco non va bene, troppo fa più male”.

Sarebbe opportuno che le lezioni diventassero meno teoriche e sempre più esperienziali. Talvolta la scuola continua a promuovere le abilità cognitive più basse (la memorizzazione di contenuti da ripetere a comando) ignorando le strategie cognitive più evolute, come il problem solving o il pensiero divergente. Queste ultime strategie permettono di coinvolgere maggiormente gli alunni e di mantenere la loro attenzione attiva. I compiti a casa dovrebbero essere un allenamento rispetto quanto spiegato in classe, magari con lo scopo di approfondire le materie, ma sempre utilizzando apporti della vita di tutti i giorni. Più vengono coinvolti i sensi e più la memorizzazione è efficace. Le nuove tecnologie e l’ utilizzo di internet possono facilitare il tutto, ma non possono diventare l’ unico mezzo di apprendimento.

Se il dubbio di un genitore è che la mole di lavoro sia troppa (anche se non è facile capire quale sia il “giusto”) ne deve parlare con l’insegnante, ma sicuramente non assolvere i doveri del figlio o esplicitare riserve sui compiti per casa davanti a lui. È importante accettare la realtà dei compiti e la necessità dell’impegno personale che richiedono. Certo, si fa fatica! Ma è anche tramite questa che si cresce. L’ alternativa è i ragazzi non si allenino alla tolleranza alla frustrazione ed divengano incapaci di gestire lo stress e il carico dei compiti. Questi non devono necessariamente “piacere”, però gli studenti devono capire bene a che cosa servono. Per esempio, leggere a casa tutti i giorni in prima elementare serve ad automatizzare il processo di lettura. E così per le tabelline in seconda. Altro “compito dei compiti”: permettono di fare collegamenti, favoriscono l’apertura mentale, stimolano curiosità e attenzione (per es. con ricerche e approfondimenti), consolidano il metodo di studio e l’autonomia. In generale, i compiti dovrebbero riprendere l’attività svolta in classe con una sfida in più, affinché vengano messe in atto più capacità e stimolato l’interesse.

Insomma, come sempre, “In medio stat virtus”.

 

Fonti: Focus, Corriere della Sera, Psychology Today