Già da qualche giorno pare che sia arrivata la bella stagione. Con essa si infittisce l’agenda dello psicologo. Tutti si chiedono: come mai questo è il periodo di esplosione dei disturbi d’ansia? C’è una relazione con l’aumento delle temperature?

Le condizioni climatiche primaverili ed estive (afa, umidità e, in alcuni casi, anche l’inquinamento), contribuiscono alla creazione di situazioni che possono essere facilmente scambiate con i sintomi tipici dell’ansia: eccessiva sudorazione, capogiri, spossatezza, sensazione di respirare male, di soffocamento, fame d’aria, svenimento, debolezza, tachicardia, sensazione di testa vuota, sbandamento.
Si ritiene che l’inverno sia la stagione che più predispone all’acutizzarsi dei disturbi mentali. Ma non è così. Il picco massimo di chi premedita di togliersi la vita o tenta di attuarlo è appunto in primavera.

Patologie e sintomi

In una ricerca sono stati presi in considerazione 51 richieste di ricovero, di cui 32 sono risultate concernenti i tassi di ospedalizzazione per stagione. Picchi stagionali per diversi episodi affettivi di disturbo bipolare sono stati osservati a livello mondiale e ampiamente replicati negli studi. Gli episodi di elevazione del tono dell’umore (maniacali e ipomaniacali) presentavano un picco durante la primavera o l’estate mentre si presentavano in misura minore in autunno. Gli episodi depressivi registravano un picco precoce in inverno, mentre si riacutizzavano in misura minore in estate. Gli episodi misti presentavano un picco in primavera o metà/fine estate. Una migliore comprensione dei meccanismi alla base di questa stagionalità del disturbo bipolare faciliterebbe lo sviluppo di strategie terapeutiche e preventive personalizzate (Geoffroy et al., 2014).
Recentemente è stata condotta una ricerca tutta italiana da parte del professor Giuseppe Maina dell’Università di Torino, primario del San Luigi Gonzaga di Orbassano. Egli ha approfondito le cause dei ricoveri psichiatrici in rapporto alla stagionalità affermando: «Da sempre sappiamo che le patologie psichiatriche sono collegate al clima – spiega lo psichiatria – ma finora non sapevamo come la stagionalità influisse sui sintomi dei malati psichiatrici alla nostra latitudine». Ed ecco la scoperta: «Il cambio delle stagioni incide sul numero delle psicosi, sull’ incremento dell’ansia, così come sui suicidi e sul numero dei trattamenti sanitari obbligatori, ma con risultati che ribaltano l’immaginario comune. I picchi sono fra marzo e giugno, mentre a dicembre si ha il minor numero di accessi».
Infatti le persone già predisposte all’ansia rischiano di cadere in un circolo vizioso, facendosi prendere dalla paura e dall’agitazione di stare male, fino ad esperire un vero e proprio attacco di panico. Alcuni interpretano le sensazioni corporee alterate dal cambiamento di stagione come una concreta prova che stia per accadere qualcosa di grave. Così mettono in atto tutta una serie di dinamiche per cercare di evitare l’ansia e gli attacchi di panico: si rinchiudono in casa, evitano i posti affollati, controllano in continuazione le previsioni metereologiche e si concentrano ossessivamente su qualsiasi percezione corporea. Ciò può già causare un’ansia anticipatoria (la paura di avere un attacco di ansia, che è spesso costituisce di per sé lo scatenarsi dell’ansia stessa). Questo naturalmente può essere evitato perché si può apprendere a gestire l’ansia senza farsi fagocitare da essa.

Quanto dura l’ansia

Di solito le difficoltà sono maggiormente legate alle prime settimane in cui si avverte un cambiamento nelle condizioni climatiche, ma i sintomi fisici possono perpetuarsi a causa di ansie anticipatorie, internalizzazioni (ossia far attenzione ai sintomi), all’intolleranza alla frustrazione e ad interpretazioni catastrofiche circa il perpetuarsi dei sintomi.

Come superarlo

Come gestire il cambio di stagione? Il primo passo è riconoscere che queste sensazioni non sono pericolose, quindi ridimensionare e non catastrofizzare. Per esempio, un attacco di panico non può causare problemi o arresti cardiaci. I rapidi battiti cardiaci e le palpitazioni provate durante un attacco di panico possono essere molto paurose, ma non sono pericolose. Un attacco di panico non vi farà neanche soffocare o smettere di respirare. Durante esso è molto comune sentire un peso sul petto e avere la sensazione di non respirare bene. State tranquilli che non c’è niente di strano nei vostri polmoni o nel normale passaggio dell’aria e che la sensazione di stretta a petto passa. Il vostro cervello ha un innato meccanismo che eventualmente vi farà respirare a forza se non incamerate ossigeno sufficiente.
Quando ci si rende conto di non riuscire a gestire l’ansia o la paura che si presenti è meglio chiedere l’aiuto di un terapeuta così da imparare a riprendere il controllo sulla propria vita. L’ideale sarebbe farlo prima di raggiungere situazioni di estremo malessere e paura, ma spesso le persone sottovalutano i fenomeni ansiosi pensando di poterli risolvere da sole e ritenendo superfluo e poco “orgoglioso” richiedere l’aiuto altrui oppure pensano che una cura psicologica non sia altrettanto importante quanto una di carattere prettamente medico.
In realtà la terapia cognitivo comportamentale, agendo su pensieri, emozioni e sentimenti ed essendo molto pratica, permette di riuscire a gestire l’ansia ed i sintomi mediante l’apprendimento di tecniche cognitive, comportamentali e di rilassamento.
Insomma, invece di cantare “maledetta primavera”, come Loretta Goggi, è possibile riuscire ad apprezzare anche i cambiamenti di stagione ed il prolungarsi delle giornate.

 

 

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